FINANZA/ I numeri da non trascurare nel boom del risparmio gestito

Il tema del risparmio economico finanziario delle famiglie è molto serio e andrebbe forse valutato più in profondità di quanto si fa di solito, dice GIAN LUCA BARBERO

11.10.2017 - Gian Luca Barbero
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Il tema del risparmio economico finanziario delle famiglie è un argomento molto serio e andrebbe forse valutato più in profondità di quanto si fa di solito. Non si tratta, infatti, soltanto di numeri relativi alla raccolta delle varie reti distributive (banche, assicurazioni, promotori e consulenti finanziari, ecc.) con il loro contributo al Pil nazionale; né di attività speculative, degeneranti spesso nella finanziarizzazione dell’economia, sfruttata dagli intermediari, che, in fondo, ha le sue radici nella dissennata corsa al guadagno, dove si può leggere uno dei tanti risvolti di quella “volontà di potenza” (per usare una nota espressione di Nietzsche), disarticolata da qualsiasi punto di riferimento.

Oltre a rappresentare una componente essenziale del bilancio familiare, il risparmio riveste una funzione non secondaria di ammortizzatore sociale: basti pensare al ruolo di sostegno che pensioni e risparmi soprattutto dei “nonni” hanno avuto per tante famiglie durante la crisi e agli effetti sul tessuto sociale locale del dissesto delle banche in Veneto e in Centro Italia. Oggi il ritorno al risparmio è salutato come un segnale positivo – e certamente lo è – di ritorno alla stabilità e al benessere, per quanto ancora precario. 

A fare la parte del leone sono state soprattutto le varie forme di risparmio gestito, cioè la gestione professionale del denaro, raccolto per il tramite delle reti commerciali di vendita, da parte di società specializzate. La varietà di strumenti finanziari che l’industria del risparmio gestito ha saputo sviluppare è davvero impressionante, tanto che anche all’interno delle single categorie di prodotti vi è una forte specializzazione. Se prendiamo, ad esempio, i fondi comuni di investimento, divenuti ormai tradizionali forme di risparmio, proliferano strumenti “flessibili”, dove le risorse raccolte vengono gestite nel rispetto di budget di rischio predefiniti e nella più ampia discrezione del gestore quanto alla selezione dei titoli; il grande successo di questi fondi (8,6 miliardi di euro raccolti solo nel mese di agosto) si spiega in larga misura con i risicati guadagni che hanno offerto negli ultimi anni i più ricorrenti strumenti di risparmio italiani, i Titoli di Stato, con redditività prossima allo zero, o addirittura negativa, nel breve termine. Con l’ultima Legge di bilancio, poi, si sono aggiunti i “piani di risparmio a lungo termine” (c.d. “Pir”), per i quali lo Stato prevede l’esenzione fiscale dei redditi di capitale prodotti a fronte di alcune caratteristiche relative al piano e alla durata dell’investimento, nel tentativo di dirottare risorse dai mercati borsistici, che si muovono in modo sempre più impulsivo e avulso, all’economia reale.

Un fondo comune oggi è molto simile, per dirla in breve, a una specie di assegno in bianco che si stacca a favore del professionista, fidandosi delle sue capacità; profili di investimento e costi sono esplicitati in documenti a volte troppo articolati e complessi, non accessibili alla comprensione della gente e, diciamo la verità, spesso neanche agli addetti al mestiere. Secondo i dati pubblicati da Assogestioni (associazione di categoria del risparmio gestito), il mese di agosto registra una raccolta netta di 8,6 miliardi di euro e le masse in gestione ammontano a 2.032 miliardi, toccando un nuovo massimo storico: il 50,3% delle attività (oltre 1022 miliardi) è investito nelle gestioni collettive (fondi comuni e altro), mentre circa 1.010 miliardi sono impiegati nelle gestioni patrimoniali.

Considerando i fondi aperti e le gestioni di portafoglio, i principali gruppi bancari e assicurativi che operano sul territorio nazionale gestiscono complessivamente quasi 1,4 miliardi di euro, la metà dell’intera torta. La mia è solo una personale impressione, ma con una simile concentrazione si può realmente fare di tutto. Naturalmente ci sono paletti ben precisi, rigide norme comportamentali, limiti agli investimenti e controlli di ogni genere (a volte anche eccessivi), ma, nell’ambito della normativa, possono esserci più modi di impiegare il denaro, tutti legittimi. Chi acquista quote di un fondo comune, ad esempio, aliena a favore della società di gestione i propri diritti di voto, che devono essere esercitati nell’esclusivo interesse dei partecipanti. Ma, mentre un piccolo risparmiatore non si sognerebbe mai di intervenire all’assemblea dell’Eni, poniamo, uno o più fondi insieme potrebbero rovesciare la società: non è detto che ciò sia un male, ma non è nemmeno detto che avvenga nell’esclusivo interesse dei risparmiatori.

Sul versante assicurativo, a giugno 2017, le riserve tecniche relative al ramo vita delle compagnie, cioè le risorse investite, ammontano a 640 miliardi di euro. Il focus sui costi è qui doveroso: i principali gruppi bancari, ad esempio, cercano partnership e studiano piani di impresa per rafforzare la propria presenza nel settore della bancassicurazione, cioè nella distribuzione di polizze vita e danni tramite i propri punti vendita. La ragione è semplice: negli ultimi 5 anni, le commissioni percepite sono aumentate di più del 65% e rappresentano oggi una fonte di guadagno irrinunciabile, in un contesto dove i ricavi della tradizionale attività bancaria si riducono sempre di più. Anche qui, il business è tutt’altro che trascurabile.

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