BITCOIN/ La tecnologia che fa gola ai big della finanza

- Giovanni Passali

Continuano a moltiplicarsi le dichiarazioni contro il Bitcoin, il cui valore rispetto al dollaro aumenta. La tecnologia delle criptovalute fa però gola a molti, dice GIOVANNI PASSALI

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(LaPresse)

Continuano a moltiplicarsi le dichiarazioni contro il Bitcoin. Dopo il Ceo di JP Morgan, colosso bancario americano, che ha definito il Bitcoin “una truffa” (ma intanto la banca che dirige acquista prodotti finanziari basati sul Bitcoin), nei giorni scorsi anche il Ceo di Mastercard si è espresso in merito con giudizi piuttosto chiari e trancianti: secondo lui, qualsiasi criptomoneta che non è controllata da enti governativi è spazzatura, “non funziona, ogni valuta ha bisogno di stabilità e trasparenza, altrimenti favorirà attività illegali”.

Una dichiarazione fantastica perché si adatta precisamente a dollaro ed euro. Infatti, sono proprio queste monete a essere sottratte al controllo governativo, in osservanza al celebre dogma dell’indipendenza delle banche centrali. E proprio questa indipendenza favorisce di fatto le “attività illegali”. Sulle quali questi signori farebbero più bella figura a tacere, perché le criptovalute sono nate ieri e fino a ieri (e ancora oggi!) le “attività illegali” continuano a proliferare proprio utilizzando i loro sistemi di pagamento ufficiali.

A conferma di come funzioni male l’attuale sistema monetario e bancario vi sono due notizie di questi giorni. La prima è relativa alla crescita dei miliardari nel mondo: sono cresciuti del 10% nell’ultimo anno e le loro ricchezze sono aumentate complessivamente di quasi il 20% (da 5.100 miliardi a 6.000 miliardi); più della crescita dei mercati finanziari, molto più (ovviamente) del Pil mondiale, fermo a un misero 5,8%. Ma lo stesso report di Ubs e PwC che fornisce questi dati ammonisce affermando che “il rapido sviluppo economico, l’incertezza politica, e i mercati azionari erratici forgiano in fretta le fortune, ma possono allo stesso modo disfarle”.

L’altra notizia viene sempre da un report: questa volta è dell’americano Insitute Taxation and Economic Policy, che ha condotto uno studio sui paradisi fiscali. Secondo questo report, 366 delle 500 maggiori aziende americane dispongono di una base sussidiaria in un paradiso fiscale. E sono i soliti “ignoti”: la prima della classe è la Apple, con 246 miliardi; ma la prima per società di comodo è il colosso bancario Goldman Sachs, con 905 basi sussidiarie sparse nei diversi paradisi fiscali (Isole Cayman, Lussemburgo, Irlanda, Mauritius). Poi c’è l’altra banca, Morgan Stanley, con 619 basi sussidiarie.

Ma la cosa incredibile (o forse non è per niente incredibile) è che la stessa MasterCard sta dando vita a un progetto di pagamento tra aziende tramite la tecnologia Blockchain, cioè quella tecnologia che è il motore di tutte le criptovalute. L’operazione si chiama MasterCard Blockchain API e verrà presentata a un evento, il Money2020, che si tiene a Las Vegas (chissà perché hanno scelto la capitale del gioco d’azzard…). La scelta di questa tecnologia, secondo le dichiarazioni di MasterCard, è dovuta al fatto che è sicura, verificabile e facile da scalare.

In altre parole, questi signori tra un paradiso fiscale e l’altro, trovano il tempo di parlar male del Bitcoin e delle criptovalute. Ma intanto, siccome la tecnologia è eccellente e molto migliore di quella attuale del sistema bancario, iniziano a usarla. Nel frattempo il Bitcoin, ignaro di tutte queste umane diatribe, continua a crescere e a sfiorare i 5.900 dollari. E le criptovalute continuano a proliferare, avendo superato il numero di 1.200. E la capitalizzazione del mercato delle criptovalute continua a stare sui massimi, intorno ai 170 miliardi di dollari, cresciuta nell’ultimo anno di oltre il 1300%. Insomma, sempre più gente si disfa delle monete del “governo” (il governo delle banche centrali) e sempre più acquista criptovalute.



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