SPY FINANZA/ L’Italia dei lavoratori-yogurt pronta ad affondare

- Mauro Bottarelli

La nota di aggiornamento del Def ha iniziato il suo iter parlamentare. Per MAURO BOTTARELLI si tratta di una manovra che non affronta seriamente i problemi del Paese

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Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Mentre il mondo sembra impazzire in ordine sparso, l’aggiornamento del Def ha iniziato la prova del Parlamento con un ciclo di audizioni da parte delle massime autorità sui conti pubblici. In primis, Istat e Bankitalia. Per l’Istituto di statistica, «in Italia le aspettative di crescita nei prossimi mesi appaiono favorevoli», mentre la Banca d’Italia insiste sulla riduzione del debito: «È alla nostra portata, ma non si torni indietro sulle pensioni», ha dichiarato il vicedirettore generale, Luigi Federico Signorini. Dall’Ufficio parlamentare di Bilancio è arrivato il via libera, ma anche una nota negativa: per il Pil, c’è un rischio di revisione al ribasso rispetto alla previsione dell’1,5% per il 2018. Estremamente ottimista l’intervento del ministro Pier Carlo Padoan: «L’insieme degli interventi produce un impatto netto positivo per la crescita: si stima incremento del tasso di crescita del Pil di 0,3 punti percentuali nel 2018-2019». 

Vediamo però qualche numero. La manovra autunnale per il 2018 parte da 19,6 miliardi: le coperture ammontano a 8,6 miliardi di cui 3,5 miliardi sono tagli di spesa e 5,1 miliardi entrate aggiuntive che dovrebbero arrivare da misure allo studio di lotta all’evasione. Quindi, parlandoci chiaro, ballano 5,1 miliardi. La sterilizzazione delle clausole di salvaguardia vale 15,7 miliardi l’anno prossimo e sarà coperta, in parte, con il margine di 10 miliardi (0,6% del Pil) di maggior deficit autorizzato da Bruxelles: anche qui, attenzione a dire gatto prima di averlo nel sacco, visto che il nuovo governo tedesco potrebbe innescare una nuova spirale di rigidità dei conti, al netto dei consuntivi. Gli impieghi indicati al momento nella tabella sono stimati in oltre 3,8 miliardi: 2,6 miliardi per le politiche invariate, 600 milioni per la coesione sociale (lotta alla povertà), 338 milioni per la competitività e 300 milioni per lo sviluppo. La manovra avrà un impatto positivo sui tassi di crescita del Pil: in termini di differenziale tra lo scenario programmatico e quello tendenziale ammonta infatti a 0,3 punti in ciascuno degli anni 2018 e 2019. 

Fin qui, ragionerismo puro. Ma vediamo cosa ha detto il nostro controllore dei conti, il ministro Padoan: «La prossima manovra conterrà misure selettive di impulso alla crescita, agli investimenti pubblici e privati, di promozione sociale e per i giovani ma l’impatto sulla crescita delle misure espansive è significativo. Uno 0,3% che è una valutazione prudenziale». Il responsabile del Mef, in audizione, ha poi ricordato che la manovra comporta maggiori oneri per l’1,1% del Pil, ma che al netto della sterilizzazione delle clausole e della necessità di ridurre il deficit «le risorse disponibili sono limitate». Infine, iIl ministro ha sottolineato che «persiste la fase di miglioramento e ci sono le condizioni per prevedere un ulteriore e progressivo miglioramento» e che una «eccessiva restrizione sul fronte dell’aggiustamento dei conti pubblici metterebbe a rischio la ripresa e la coesione sociale del Paese». 

Politichese. Ottimistico, oltretutto. Volete sapere qual è la realtà? Ce la mostra, plasticamente, questo grafico, pubblicato ieri mattina, con timing impietoso, dalla Fondazione Adapt diretta da Francesco Seghezzi: negli ultimi 12 mesi, l’84% dei posti di lavoro creati sono a tempo determinato. Siamo, ormai, alla generazione del lavoratore-yogurt con la sua bella data di scadenza impressa e l’ansia da rinnovo come compagna di vita. 

Ora, al netto di questo e prendendo il dato più devastante della nostra economia, ovvero la disoccupazione giovanile, cosa pensate che possano cambiare 338 milioni di stanziamento per i giovani? Di più, il computo di questo dato di precarizzazione sempre più incipiente, contiene al suo interno anche molti over-45, gente espulsa da mercato del lavoro durante la crisi ed esodati che si ritrovano ad accettare qualsiasi tipo di occupazione pur di arrivare – beata speranza – al pensionamento. Criticità ulteriore: il computo occupazionale è talmente folle da calcolare come occupato anche chi lavora una sola ora alla settimana. 

Scusate, ma su quali basi macro si lavora al Def, quelle del mondo degli unicorni? E che siamo di fronte a una farsa, lo conferma invece il dato della lotta alla povertà: finalità sacrosanta, ci mancherebbe, ma che a fronte di uno stanziamento di 600 milioni nel Def, vedrà quella cifra bruciata in mance e mancette a fini elettorali, prima annunciate per le regionali siciliane e poi oggettivamente elargite con chirurgica precisione dove più servono, alla vigilia delle elezioni legislative della prossima primavera. 

Questa non è una manovra, è una presa in giro. Il tutto, al netto di un’Europa che finora ci ha fatto fare quello che volevamo, a livello di flessibilità dei conti: dove sono andati quei soldi? Di più, al netto di tutto questo, come è possibile che il debito pubblico continui a salire a livelli record? Io non voglio essere impietoso, ma Padoan ieri ha detto che «il calo del debito pubblico è una tendenza inarrestabile». Bene, si tratta della stessa persona che è ministro dell’Economia dal 24 febbraio 2014: da quel mese all’ultima rilevazione della Banca d’Italia, il debito pubblico nazionale è aumentato di 193 miliardi. Vogliamo parlare del tanto decantato Jobs Act, ancora incensato lunedì dopo la pubblicazione del dato Istat sulla disoccupazione? Cosa ci ha dato, se non l’illusione una tantum della decontribuzione e un esercito di lavoratori-yogurt pronti a essere sfruttati? La mole di denaro che ci è costato non poteva essere messa, forzando qualche altro punto di deficit in Europa (in questo caso, a buon fine) per una manovra shock di compressione del cuneo fiscale, unico modo per invertire quella tendenza fra lavoro a tempo determinato e indeterminato? E, risultato accessorio, vedere se il costo del lavoro è il vero freno dei fenomeni di Confindustria alle assunzioni o se, ai nostri coraggiosi imprenditori sussidiati, fa invece comodo quell’esercito di lavoratori-yogurt, fattispecie che dovrebbe portare il governo a una bella ridiscussione dei rapporti con viale dell’Astronomia? 

Perché continuare a prendere in giro l’Europa, promettendo un deficit all’1,8% e poi presentarsi al 2,4%, salvo poi tacciare Bruxelles di saper dispensare solo austerity? Perché prendere in giro i giovani con quei 338 milioni stanziati nel Def, a fronte di una situazione nazionale da mani nei capelli? La lotta alla povertà ha certamente un grande appeal elettorale, ma qui occorre essere seri, perché per quanto il mio modo di pensare sia distante dal suo, l’unico ad aver capito il nodo reale del problema è Stefano Fassina di Sinistra Italiana, il quale da mesi chiede al governo di lavorare a una exit strategy credibile in vista della fine del Qe della Bce, Invece, eccoci di fronte al classico Def destinato a farci arrivare a primavera. 

Ma quale Europa ci sarà in primavera? E quale mondo, stante i continui mutamenti in atto? Io riconosco che un posto di lavoro a tempo determinato sia meglio della disoccupazione, ma qui la fase emergenziale del “tanto meglio, tanto peggio” va avanti da anni e non da mesi a livello di dinamiche: perché nessuno vuole agire sul cuneo fiscale, stante i miliardi dilapidati in manovre inutili e interventi spot senza alcun costrutto? Mi sbaglierò, ma sta davvero tutto in quel grafico: il lavoratore-yogurt fa comodo perché in tempi di crisi la compressione salariale è mezzo di intervento strutturale, di fatto una svalutazione interna. Lo stiamo facendo dal 2009, però: quanto si potrà ridurre ancora il valore del lavoro? Stupidamente, oltretutto, perché il lavoratore-yogurt non ha potere d’acquisto per spendere e far crescere i consumi, non ha garanzie per chiedere un mutuo o un prestito, non ha prospettive d’investimento perché schiavo dell’insicurezza e della precarietà. 

A cosa porta la rotta che abbiamo intrapreso? Alla fine del Paese, ucciso da austerità interna. E cecità politica. Almeno, nelle prossime settimane, evitino di incensare questo Def da Terzo mondo. Anche le forme hanno una loro importanza. 

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