UE vs AMAZON E APPLE/ Le ragioni della “rivolta” di Bruxelles ai Gafa

- Sergio Luciano

Dalla Commissione europea arriva la richiesta a Lussemburgo e Irlanda di farsi pagare da Amazon e Apple per vantaggi fiscali non dovuti. SERGIO LUCIANO

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LaPresse

Secondo il Trattato della Comunità europea, per “libertà di stabilimento” si intende la possibilità di costituire e gestire un’impresa o intraprendere una qualsiasi attività economica in un Paese membro tramite l’apertura di agenzie, filiali e succursali. Ma allora Apple e Amazon – le due “bestie nere” dell’Antitrust europeo – che male hanno fatto a “stabilirsi” rispettivamente a Dublino e nel Lussemburgo, per pagare lì le tasse legate alle loro lucrosissime attività in Europa?

Domanda ingenua. A Dublino e nel Lussemburgo i due “unicorni” non hanno affatto installato “agenzie, filiali e succursali”, ma snelli uffici amministrativi, poca roba, poca gente, destinati a fungere da foglia di fico per un insediamento deciso a puri fini di ottimizzazione fiscale. Nient’altro. Amazon ha 50 mila dipendenti in Europa, ma ovviamente non in Lussemburgo. E comunque Apple e Amazon non sono europee. Su questi lapalissiani presupposti, la Commissione di Bruxelles, animata in questa tardiva riscossa dall’inflessibile Marghrete Vestager, commissario alla Concorrenza, sta finalmente mettendo il sale sulla coda al governo di Dublino, che un anno fa fu “condannato” a chiedere indietro ad Apple 13 miliardi di euro di tasse evase, ma non li ha chiesti; e al governo del Lussemburgo, che ha spalancato le braccia – dal basso dei suoi 400 mila abitanti – alle poche tasse che Amazon vuol pagare in Europa e a fronte delle quali ora invece la Vestager vuol fargli sborsare 250 milioni di euro.

Diciamocela tutta. È stata proprio la Commissione europea, che oggi s’indigna, a fare a suo tempo la frittata, permettendo l’instaurarsi entro i confini dell’Eurozona di due paradisi fiscali come quelli. Nominalmente lo fece per non deprimere l’economia irlandese e lussemburghese; sostanzialmente perché faceva comodo alla classe dirigente dei Paesi “normali” avere nel cortile di casa due frammenti di Caraibi, due “dependance” del Dubai, nei quali farsi i propri comodi. Sia chiaro: nessuno è senza peccato, anche nei severi Stati Uniti il Delaware è uno staterello dalle leggi speciali, la cui ragion d’essere burocratico-amministrativa è proprio quella di permettere alle imprese comportamenti che altrove non sarebbero consentiti.

Ebbene: in questi casi, ciò che può determinare un cambio d’indirizzo è l’eccesso, non l’etica. Quindi quel che è scattato oggi non è un ripensamento morale dell’Europa – quale morale? -, ma è l’effetto inderogabile di un’imbarazzante evidenza. I “Gafa” (come vengono definiti in sigla Google, Apple, Facebook e Amazon) hanno veramente esagerato, e lo hanno fatto con strafottente controtendenza rispetto agli andamenti fiscali dei loro Paesi di sbocco. Più la crisi economica infieriva sulle tasche dei cittadini e sulle casse degli erari pubblici, più loro guadagnavano. Predicando per giunta di farlo per il bene dell’umanità, come se le cuffiette wireless dell’ultimo iPhone – ennesimo espediente per spillare quattrini alla clientela – fossero farmaci salvavita. Ebbene, il troppo stroppia, come ammonivano le nonne.

Poi, senza con ciò voler mitizzare nessuno, sul cammino di questi Tycoon si è anche stagliata la figura snella e tosta della Vestager, socialista danese integerrima, che sta interpretando con rinnovata durezza il ruolo di garante degli interessi dei consumatori. Ed eccoci allo scenario di oggi.

Come evolverà? Tranquilli: nessuna voglia di vendetta da parte del sonnacchioso governo d’Europa, nessuno scontro finale. Si andrà avanti a diplomazia e carte da bollo, fino a raggiungere un compromesso. Però c’è qualcosa di più importante delle tasse che finora i Gafa non hanno pagato a nessuno, né in Europa, né negli Stati Uniti. E quel qualcosa sta già entrando nella cassa dell’opinione pubblica europea e quindi, pian piano, entrerà in quella mondiale: cioè l’idea che Apple, Amazon, Facebook e Google siano aziende normali, e non quel che pretendono di essere, cioè benefattori dell’umanità.

Sono aziende normali che vogliono soltanto fare soldi. Non vogliono assistere i poveri, acculturare gli emarginati, nutrire gli affamati. Non vogliono, come blatera Facebook, portare Internet con le mongolfiere fino all’ultimo angolo dell’Africa nera per elevare lo spirito dei cittadini del luogo, che magari intanto non hanno da mangiare. Queste loro chiacchiere, questa loro gnagnera, questi continui mantra progressisti che ci ripropinano tutte le volte che aprono bocca per vendere qualcuno dei loro gadget digitali, sono soltanto strumentali a uno stesso scopo: fare soldi. Com’è lecito e naturale che sia. Meno lecito pretendere di essere, invece, la Croce Rossa del progresso umano. Zuckemberg di Facebook, Bezos di Amazon, Cook di Apple e Brin e Pages di Google hanno veramente a cuore un unico tipo di progresso. Quello del loro conto in banca. Non sono cattivi: se non nello spacciarsi per benefattori.

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