FINANZA E POLITICA/ La follia della Bce che affossa le banche (a vantaggio di chi?)

- Sergio Luciano

La vigilanza unica che fa capo alla Banca centrale europea ha deciso di fissare nuove regole sulle riserve da accantonare per gli Npl: una vera batosta per le banche. SERGIO LUCIANO

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Danièle Nouy (Lapresse)

Funziona così. Una banca presta 100 euro ai suoi clienti. In gergo, si dice che fa 100 euro di “impieghi”. Statisticamente, 6 di questi euro di impieghi non le verranno restituiti: diventeranno “sofferenze” – come le si definiva in italiano, con grande chiarezza, mentre ora si dice “Npl” cioè non performing loans, prestiti che non rendono. Sapendolo, le banche si premuniscono: per ogni cento euro, ne accantonano 3, gradualmente, nel corso di vari esercizi, ricavandoli anno per anno dagli utili. Perché accantonano solo 3 euro, se sanno che ne perderanno 6? Perché sanno anche che gli altri 3 di quei 6 destinati a perdersi sono stati garantiti dai debitori con garanzie reali: immobili, titoli di Stato, eccetera. Quindi la logica è: accantono quattrini per premunirmi soltanto contro la probabile perdita dei 3 euro che non rientreranno e che non sono garantiti. Quando e se perderò anche gli altri, ne recupererò il valore intascando le garanzie.

Ebbene: perché i titoli bancari sono crollati, in Borsa, a Milano? Perché la Banca centrale europea – nella divisione guidata dalla pasionaria anti-banche Daniele Nouy, che non è soggetta alla potestà del ben più saggio presidente Mario Draghi – ha deciso che entro sette anni le banche dovranno accantonare riserve per coprire anche i 3 euro a rischio ma garantiti. Sui quali, quindi, finiranno con l’avere una doppia garanzia; i pegni e gli accantonamenti. Come mettersi due cinture di sicurezza: ma così, per non andare a sbattere, si soffoca. Bene brava bis alla Bce.

Peccato che oggi, per le banche, riuscire a maturare tanti utili quanti ne servono per coprire in 7 anni quella fetta in più di future sofferenze è un rebus, un rompicapo, una missione impossibile. Pochi giorni fa Alberto Nagel, ceo di Mediobanca, aveva messo in guardia contro una variazione delle regole sugli Npl, ricordando che già in passato si era aperta una fase di rischio sistemico legata all’incertezza sulle linee guida Bce. C’è da augurarsi che Nagel non sia profeta: sarebbe l’ennesimo autogol della Bce, perché determinerebbe l’apertura di una nuova fase di crisi delle banche, che invece – in tutta Europa – stanno in questi mesi finalmente migliorando la qualità dei propri attivi, grazie appunto alla vendita delle sofferenze e ai tanti aumenti di capitale effettuati. Fare come sta facendo la Bce è come prendere un convalescente e fargli una doccia gelata.

La cosa stupefacente è che non risultano analisi predittive – possibili, se non facili, nell’era dei “big data”! – sull’impatto quantitativo delle nuove misure che la Bce sta per prescrivere formalmente. Per di più, si sa che nel marzo prossimo la Bce emanerà le nuove direttive sul tema, si sa che saranno restrittive, ma non si sa di quanto: una specie di thrilling che sembra fatto apposta per deprimere il valore delle banche europee quotate in Borsa. A vantaggio di chi? Di chi volesse comprarsele per poco?

Il 14 giugno di quest’anno il vicedirettore generale della Banca d’Italia Fabio Panetta diceva: “Il problema dei crediti deteriorati è avviato a soluzione; ma come è accaduto in passato, il suo superamento richiederà tempo. Le banche devono nondimeno affrontarlo con decisione, adottando politiche prudenti in materia di accantonamenti e migliorando la gestione interna, anche delle esposizioni con un grado di deterioramento inferiore rispetto alle sofferenze. Esse devono valutare l’opportunità di mantenere in bilancio le posizioni deteriorate sulla base delle effettive prospettive di recupero”. Ma ci vuol tempo, non giovano prescrizioni vincolanti uguali per tutti. 

L’ex vicedirettore della Banca d’Italia Pierluigi Ciocca sempre quest’anno ha ricordato in un suo saggio: “Dopo la crisi della lira del 1992, la quota delle sofferenze sugli impieghi salì rapidamente dal 5 per cento in quell’anno al 10 nel 1996. Le sofferenze generate dalla crisi vennero riassorbite nei bilanci bancari nei quattro anni successivi, tornando al 5 per cento nel 2001”. Il tempo è denaro. Togliere tempo alle banche è come togliere loro denaro. È vero che hanno commesso molti errori, per insipienza o peggio avidità. Ma che senso ha imporre loro di commetterne altri, per legge?

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