NETFLIX AUMENTA I PREZZI/ Il Re che detta legge per tv e Internet

- Sergio Luciano

Netflix aumenterà il costo dei suoi abbonamenti, tranne quello base, anche in Italia. SERGIO LUCIANO prova a spiegare il perché di questa mossa commerciale

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Mi sono seduto a tavola, a casa: cena con salame e formaggio. E ho fatto uno sgarbo a Netflix: perché volevo vedere Crozza, e ho portato con me l’iPad e me lo sono visto in streaming, cioè su Internet e non in tv. Poi mi sono alzato, sono andato di là, sul divano, ho acceso la tv e ho continuato a vedere Crozza sullo schermo a 32 pollici. E ho fatto uno sgarbo a Netflix. Sarà per i miei sgarbi, che Netflix aumenterà i suoi prezzi anche in Italia?

Fine dello scherzo, inizio della (tentata) spiegazione. La notizia da spiegare è l’amento del prezzo di due dei suoi tre piani di abbonamento in Italia, nelle prossime settimane: l’abbonamento Base, che permette di usare un solo dispositivo e vedere film e serie in qualità ridotta, continuerà a costare 7,99 euro al mese; ma il piano Standard, che prevede due dispositivi e qualità HD, passerà da 9,99 a 10,99 euro al mese; quello Premium, che prevede 4 dispositivi e la qualità 4K, passerà da 11,99 a 13,99 euro. Poca roba, a confronto con i prezzi di Sky: ma fa effetto che la società digitale della tv in streaming debba rincarare i suoi prezzi. E vada a farlo anche in Italia proprio quando le sue mitiche serie – come Stranger Things – sembravano “tirare” di più.

E allora? Perché soffocare il bambino in culla? Perché smentire il mito dello spettacolo di qualità low cost di cui la digital tv americana era diventata l’icona? Perché questo è successo, ieri: in tutta Europa. Netflix ha annunciato un aumento dei prezzi. Un trauma, un po’ come RyanAir, che ha lasciato mezzo milione di passeggeri a terra per aver sbagliato i calcoli sui turni ferie.

Ebbene, il crollo di un’icona è in questo caso un fenomeno semplice, molto semplice. La Rete è una grande livellatrice. La convergenza dei “bit” – il mattoncino digitale di cui sono composti indifferenziatamente tutti i contenuti del mondo – su tutti i “devices” (gli aggeggi elettronici diversi ma sostanzialmente simili: smartphones, tablet-pc, eccetera) fa sì che chiunque abbia un contenuto da diffondere se la gioca alla pari con qualunque altro concorrente. Il Davide di Netflix ha potuto sfidare i Golia dei grandi network televisivi tradizionali, dall’Abc alla Cbs, perché ha inventato qualche bella serie e l’ha immessa in Rete, senza bisogno di ponti radio costosissimi, di licenze elettromagnetiche “scarse” (cioè ce ne sono poche), e queste serie sono piaciute. Ma ora, ora che è chiaro a tutti come la vera e sola differenza tra concorrenti sono i contenuti (non diciamo, per carità, la qualità dei contenuti, perché toccheremmo un tasto spinoso) anche Netlfix deve competere sui contenuti e basta.

Non è più sufficiente, per i grandi network, avere ponti radio, frequenze televisive, decoder via cavo e via etere installati per ogni dove: sono tutti ferrivecchi, adesso basta Il trono di spade, un computerino, lo metti sul web in una piattaformuccia che qualunque sbarbato di Bangalore te la monta su in due giorni e il gioco è fatto: ti metti a fare concorrenza ai big.

Quel grande innovatore – ma vero, però: mica Zuckemberg! – di Bill Gates l’ha scritto nel ‘96 nel suo libro “Content is king”. Dopo che la Rete ha livellato le differenze tra tv via cavo, tv digitale, tv via satellite e web, uno vale uno: cerco la serie che mi piace dove sta e me la vedo da dove voglio, e ciccia se i big del networking televisivo tradizionali hanno la raggelante sensazione di aver buttato via i loro soldi investendo.

È stata l’arma di Netflix per affermarsi. È il tallone d’Achille di Netflix, per colpa del quale potrebbe soccombere. I contenuti, quelli belli, che “tirano”, bisogna rinnovarli sempre. E imporli al pubblico per quello che sono, non più per la forza di una rete, di un numerino sul telecomando, di un “avviamento commerciale”; che oggi c’è ma domani, et-voilà, potrebbe non esserci più.

Ve la ricordate Second Life? E vi ricordate Yahoo? E tra poco vi ricorderete Snapchat? Questo è il bello e il brutto della Rete. Tutto è liquido, tutto è alla pari, tutto è reversibile, come in una grande betoniera mobile. Da una parte, è un bene. Dall’altra, una vertigine.

Ah, e un’altra cosa, non credete a quelli che vi dicono: ma l’audience vale, ma il contatto vale. Ce ne sono troppi, di contatti: centinaia, migliaia, di contatti, di stimoli, di impressioni. Nessuno ricorda più dove e quanto e come ha visto cosa. Tutto vale sempre meno. E per produrre bisogna spendere, e spendere non piace a nessuno. Buona visione a tutti.

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