BANCHE VENETE/ Le colpe che i processi non puniranno

- Maurizio Delfino

Quanto accaduto alle banche venete deve insegnare cosa sono e a cosa servono le virtù e la consistenza morale, anche nelle sane relazioni di economia e mercato. MAURIZIO DELFINO

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Immagine di repertorio - La Presse

Come in una scena del Titanic, un Mario Draghi d’antan tributa l’onore alle fiere banche venete, in un 2010 in cui fior fiore di studi e analisi decifrano pero’ chiaramente la grave crisi in cui versa anche il Nord Est. La fotografia è in un puntuale articolo di Daniele Corsini e Gerardo Coppola sul sito della First-Cisl. L’iceberg era visibile. Noi in questa storia ci siamo concentrati sul potere, su Consoli e il cerchio magico, che cerchiamo di mandare a processo. Un po’ anche sui “controllori” incerti, lenti (o qualcosa di peggio, per alcuni). Se solo sapesse parlare al genere umano, la Banca d’Italia (che questo proprio non sa e non vuole fare) spiegherebbe in poche parole in che diabolico incastro si è trovata fra il 2008 e il 2015 fra rischio Europa e rischio mondo, con le assolute peculiarità del nostro sistema industriale e di mercato, per cui converremmo tutti sulla sua innocenza. Con pacca di apprezzamento sulla spalla. 

Abbiamo trascurato il resto, dunque. Che troppi soldi venivano chiesti e dati non per investire e innovare, ma per pagare tasse, bollette e stipendi. Che a dispetto di algoritmi, convegni, associazioni e design accattivante, l’impresa italiana è ancora troppo opaca. Che alle banche di tutto questo non è importato nulla. Quelle che più dovevano essere del territorio, più dovevano interpretare i segnali di pericolo e le grida di aiuto. Ricordiamo che siamo l’unico luogo nel cosmo (e il record tragico è appunto in Veneto) dove galantuomini degni di questo nome si sono tolti la vita non per i debiti, ma i crediti. Verso il loro Stato. Non hanno retto lo sguardo di amici e dipendenti. Non una parola in quei mesi tremendi dalle banche del territorio. Non un’ idea. Non una proposta. 

Questo il vero crimine compiuto in quei lunghi anni, cioè il progressivo, costante soffocamento di idee, di confronto, di vita e di libertà. Contro natura e contro l’animo veneto peraltro. Il vero crimine è la storia sprecata, quella non scritta. La riforma delle popolari che si poteva fare fra Vicenza e Montebelluna, non a Roma di corsa e di notte. Speriamo che Banca Intesa capisca che qui non si è consumata una fatalità, non è stato un fallimento dei bilanci, numeri calcolati male o rischio taciuto. Non è stato un infarto, è stato un cancro. Un lento tradimento, una sottile violenza, quella che serve a impostare la robustissima tirannia della mediocrità e dell’ignoranza. 

Questa gente – ma la categoria non coincide con gli “imputati” – molto più che disonesta (questo lo diranno i difficili processi) è stata inadeguata, incapace. Questa storia per il bene del Paese, mentre il Veneto accenna la sua ripresa, deve insegnare cosa sono e a cosa servono le virtù e la consistenza morale, anche nelle sane relazioni di economia e di mercato. Gli esperti lo sanno bene, da reputazione e credibilità dipendono ormai i destini di aziende e paesi. Il Reputation Insitute, la società storicamente leader globale nella misurazione e gestione della reputazione aziendale, segnala che l’Italy Financial RepTrak 2017 presenta poche aziende italiane. Se si considera la Top 10 ci sono solo Unipol e Generali con punteggio medio. 

Si avvicina l’udienza per decidere il rinvio a giudizio per Veneto Banca. Occorre pensare alla costituzione delle parti civili. Può essere l’occasione per ricordare e lasciare agli atti il tema della responsabilità culturale anche individuale, perché forse persino più grave dell’ostacolo alla vigilanza, qui c’è stato l’ostacolo alla dignità. E all’intelligenza. 

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