FINANZA/ I (veri) numeri dei private banking in Italia e nel mondo

- Marina Marinetti

A Milano si svolto il Forum del Private Banking, dove è stata presentata la prima edizione dell’osservatorio internazionale sul settore. MARINA MARINETTI

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Debito pubblico e risparmio privato. Anzi, “private”. Altrimenti detto “sopra il milione”. È il patrimonio del cliente tipo di un particolare servizio bancario, che si chiama, appunto, “private banking”. Un servizio di consulenza evoluta, di gestione patrimoniale personalizzata, su misura, che non si può certo offrire allo sportello. E che in Italia ha intercettato già clienti per un totale di 800 milioni di euro di patrimonio gestito. Tanti, ma non tutti. Una peculiarità tutta italiana, quella del risparmio, che non ha eguali nel mondo: il Bel Paese, infatti, vanta una ricchezza che supera ormai i 10mila miliardi di euro. Per la precisione, 3,1 mila miliardi in attività finanziarie, 5,6 in attività reali e immobiliari, 1,7 in patrimoni aziendali. 

Ma Paese che vai, private banking che trovi: a mettere a confronto, a livello mondiale, le caratteristiche dei diversi target di clientela del Private Banking, i differenti modelli di servizio e le gamme d’offerta, la figura professionale del private banker e l’impatto delle nuove tecnologie, la ricerca “Il Private Banking nel Mondo”, prima edizione dell’osservatorio internazionale sul Private Banking realizzato da Aipb, l’Associazione italiana private banking, e The Boston Consulting Group in occasione del XIII Forum del Private Banking (svoltosi a Milano il 9 novembre).

La ricerca offre non solo la fotografia del settore, ma anche uno sguardo oltreconfine per proseguire nel proprio percorso di sviluppo e di maturazione. «L’industria italiana del Private Banking – dice Fabio Innocenzi, Presidente di Aipb – ha raggiunto un buon grado di maturità dimostrato da una crescita costante e da un’elevata penetrazione del servizio tra le famiglie italiane più abbienti. Arrivati a questo stadio di evoluzione è sembrato quanto mai opportuno indirizzare lo sguardo ad altri mercati, in particolare a quelli più evoluti o in forte crescita». 

Dalla ricerca emerge che la ricchezza finanziaria globale privata è pari a 167.000 miliardi di dollari ed è concentrata in 3 regioni principali, di simili dimensioni: Nord America, Europa Occidentale e Asia-Pacifico. Quest’ultima regione è quella in maggior sviluppo ed entro il 2021 si prevede che, quanto a ricchezza privata, superi il Nord America. Con buona pace dell’Europa Orientale, che, nello scenario delineato da Aipb in collaborazione con Bcg, si dovrà continuare ad accontentare del suo 30% di ricchezza finanziaria privata. Quanto all’Italia, è il quarto mercato più ampio dell’Europa Occidentale, con 4.500 miliardi di dollari in attività finanziarie nel 2016. Un mercato ormai maturo, per cui la crescita attesa della ricchezza risulta inferiore rispetto ad altre regioni: 2,9% all’anno contro la media europea del 4,4%.

Quanto alla concentrazione della ricchezza, l’Italia non fa eccezione: piove sempre sul bagnato. Per dirla coi numeri, il peso della ricchezza detenuta dalla fascia “affluent” (patrimoni finanziari al di sotto del milione) a livello globale si è ridotto dal 61% del 2011 al 55% di oggi. A favore, ovviamente, della quota detenuta dalla fascia private.  

La ricerca di Aipb in collaborazione con Bcg affronta anche la questione del portafoglio: più diventa significativo, più l’allocazione degli investimenti tende a evolvere, con un peso crescente della parte azionaria “equity”. Nel mondo, infatti, la porzione di ricchezza investita in azioni è aumentata dal 39% nel 2011 al 43% nel 2016. In Italia, sotto questo profilo, siamo più equilibrati: la quota di azioni passa dal 27% del 2011 al 33% del 2016. Il resto? Bond (32%) e depositi (35%). 

Dal punto di vista della tipologia di servizio offerto, la ricerca evidenzia una certa disomogeneità tra le regioni, che caratterizza il modello di business prevalente. Nord America e l’Europa, infatti, sono connotate da una larga diffusione del servizio di consulenza a pagamento e delle gestioni patrimoniali, mentre la regione asiatica è caratterizzata da una prevalenza del servizio di distribuzione. E qui c’è la nota dolente: in Italia è molto diffuso il servizio di consulenza base, a cui è riconducibile il 50% delle masse in gestione presso le strutture Private. Dolente, perché la sfida per il settore è farsi pagare la consulenza. Quella che il cliente private dà per scontata. Per adeguarsi a MiFID II, però, tutte le banche si dovranno dotare di uno o più modelli di consulenza evoluta a pagamento: oggi solo il 12% delle masse è gestito con un modello di consulenza evoluta, contro il 19% a livello globale, che dovrebbe arrivare al 27% di qui al 2021.

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