FINANZA/ Da Cuccia a Maranghi, il vuoto di Mediobanca oggi fa comodo a molti

Ieri a Milano è stato ricordato a dieci anni dalla sua scomparsa Vincenzo Maranghi, banchiere che ha legato il suo nome a Mediobanca dopo Enrico Cuccia. GIULIO SAPELLI

16.11.2017 - Giulio Sapelli
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Vincenzo Maranghi (Lapresse)

Lo storico può trasformarsi in cronista? Certamente, quando l’evento a cui assiste è degno di nota. Così è stato ieri sera allorché in via Filodrammatici si è assistito al ricordo che Mediobanca ha dedicato a Vincenzo Maranghi nel decennale della sua scomparsa. Una serie di testimonianze su uno dei banchieri più importanti degli ultimi trent’anni, forse il più degno di essere studiato per comprendere che cos’è accaduto nel sistema di potere italiano a cavallo tra l’era dell’economia mista e l’avvento del capitalismo non regolato, se non su scala monetaria dalle banche centrali, e per ciò che concerne il comportamento delle organizzazioni attive sui mercati Mediobanca ha rappresentato sino al dilagare delle privatizzazioni a basso gradiente di liberalizzazione.

La resilienza di un’impresa come tecnostruttura autoregolata e fortemente gerarchizzata che fronteggia il mercato e si oppone a esso, nella convinzione di rappresentare interessi generali e non particolari che non si identifichino con quelli dei suoi clienti, dei suoi mandatari alla ricerca della valorizzazione delle loro proprietà. In questo modo, com’è noto, Mediobanca era una struttura fortemente autoreferenziale, autonoma dalle volizioni delle classi politiche. Enrico Cuccia fu l’artefice di questo meccanismo di erogazione creditizia e strategica sortito dalle istituzioni economiche create negli anni Trenta del Novecento e che si autocandidavano alla difesa dell’industria privata in un contesto tuttavia non privato ma pubblico di erogazione del credito.

Quando negli anni Ottanta-Novanta del Novecento l’economia italiana si inserì in guisa subalterna nella globalizzazione finanziaria, l’impresa Mediobanca non fu più insidiata nella sua autoreferenzialità dalla politica acquisitiva di risorse non autonome, ma dalle coorti dei manager stockopzionisti frutto dell’avvento della leva finanziaria a discapito dell’economia reale privatistica.

La relazione storica di Giorgio La Malfa è stata straordinaria, con il disvelamento di documenti di grande valore che illustrano l’assalto che le nuove coorti manageriali finanziarie mossero a Mediobanca. Non vinsero perché Mediobanca rimase forte e ferma nella sua struttura tecnocratica. Vi fu una vittima sacrificale: Vincenzo Maranghi, un uomo integro e straordinariamente fedele al suo storico mandato di massimo dirigente di Mediobanca dopo la morte di Enrico Cuccia.

Le testimonianze di Fabrizio Palenzona e Pellegrino Capaldo sono state un tassello essenziale per riscoprire l’anelito di cristianità e di consapevolezza storica che Maranghi, il Maranghi della Mediobanca degli ultimi trent’anni, possedeva con straordinaria e riservatissima intensità. Bisognerà ripensare a molti luoghi comuni sul problema della cosiddetta divisione tra finanza laica e cattolica. Renato Pagliaro, su tutte le questioni qui evocate, ha dato un contributo importante. Si è trattato di un evento storicamente denso di significati.

Cesare Beccaria, sul quale Mediobanca ha saldato con Gianni Francioni un debito importante sul piano culturale, aleggiava nelle auree stanze di via Filodrammatici e il vecchio storico che ha vissuto per l’industria e l’economia di questa nazione con intensità ne è uscito scosso e grato.

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