CAOS BANCHE/ Il piano che porta soldi e risparmi italiani all’estero

- Paolo Annoni

Le banche italiane, come si è visto in questi giorni, sono ancora in difficoltà. Le ragioni di questa crisi sistemica sono molteplici, dice PAOLO ANNONI. E le conseguenze non piacevoli

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Le difficoltà del sistema bancario sono continuate anche settimana scorsa con il caso dell’aumento di capitale di Carige, con il consorzio di garanzia che infine dava il via libera, e con quello del Credito valtellinese. Ciò che si sta palesando con il passare dei mesi è che i problemi delle banche italiane non si esauriscono con qualche caso di cattiva gestione e discutibile pratica nella concessione del credito; a essere colpito è il sistema in quanto tale al punto che chi rimane immune è sostanzialmente l’eccezione e non la regola. Il sistema bancario italiano subisce i tassi bassi che riducono i ricavi esattamente come il resto del sistema bancario europeo, ma questa ovviamente non può essere la ragione. Le ragioni di questa crisi sistemica sono molteplici.

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La prima è che i bilanci delle banche italiane sono zavorrati da sofferenze frutto di due crisi ravvicinate molto gravi: la prima è quella successiva al fallimento di Lehman Brothers e la seconda quella senza precedenti arrivata grazie alle politiche di austerity imposte all’Italia dall’Europa con il governo Monti. A proposito di questa seconda crisi si deve ricordare che l’impatto sulle famiglie e i consumatori è stato così forte da far saltare serie statistiche che erano affidabili da decenni, quelle sul traffico autostradale per esempio, e che erano rimaste valide perfino nel 2009. Il conto di questa crisi lo poteva pagare solo lo Stato italiano e solo con i soldi dei contribuenti; questa è la cura a cui abbiamo assistito nel resto d’Europa.

È una cura che comporta un aumento del debito pubblico che l’Italia avrebbe dovuto pagare molto volentieri; il costo della crisi del sistema bancario italiano in termini di crisi di fiducia e colonizzazione del risparmio italiano è molto superiore al prezzo che si è deciso di non pagare. Si poteva agire diversamente, ma si deve anche ammettere che il clima che si respirava nel 2011, quello indotto dall’Europa con lettere e con la pressione dei nostri nemici europei e poi risolto per magia in tre mesi, non rendeva facilissimo un intervento che si pagava con il debito.

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Il secondo problema del sistema bancario italiano è che la bassa e cattiva crescita, fatta a forza di assunzioni di precari, e la sostanziale deflazione tolgono alle banche la possibilità di smaltire le sofferenze gradualmente o di dilazionarne l’assorbimento. L’Italia oggi non può pulire i bilanci delle sue banche perché le nuove regole europee lo impediscono e la crisi che periodicamente le coinvolge impatta negativamente sull’economia su cui lo Stato italiano non può fare nessuna politica anticiclica. I risparmi che si sarebbero potuti ottenere se l’Italia avesse evitato di pagare bonus elettorali non sarebbero comunque stati nemmeno lontanamente sufficienti per invertire la rotta.

Il circolo vizioso di bassa crescita economica, limiti alla spesa, difficoltà delle banche e avvelenamento del clima politico nell’attuale contesto europeo e italiano non può essere rotto. Questa è la ragione per cui tutti i proclami fatti negli ultimi tre anni sulle risoluzioni dei problemi del sistema bancario italiano sono stati smentiti. L’esito di questo processo è il cambiamento di proprietà delle banche italiane, con aumenti di capitale sottoscritti dal “mercato” o da gruppi bancari esteri, e la destinazione del risparmio italiano al finanziamento di altre economie. Oggi in Europa si discute di abolire la tutela persino ai conti correnti inferiori ai 100 mila euro.

I risparmiatori italiani, che non possono più contare sulla garanzia di ultima istanza dello Stato italiano, migreranno inevitabilmente verso banche che possono contare su stati in grado di emettere questa garanzia. L’Europa metterà la garanzia solo quando le banche italiane saranno ripulite e gli italiani avranno pagato i debiti che agli altri nessuno ha chiesto di ripagare e cioè, in pratica, quando non saranno più italiane.

Questo a meno di dieci anni dal primo salvataggio europeo della Grecia, di cui gli italiani erano il terzo contributore con i soldi dello scudo fiscale che sarebbero dovuti andare per strade e autostrade; un salvataggio che è servito per pulire i bilanci delle banche tedesche e francesi che a differenza di quelle italiane hanno prestato alla fragilissima economia greca privatizzando gli utili e spalmando sui partner europei le perdite. 

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