SPY FINANZA/ La guerra silenziosa in Africa per le materie prime

Gli Usa aumentano la loro presenza in Africa, come pure Cina e Russia. Senza dimenticare la Francia. Obiettivo: le materie prime più che la lotta al terrorismo. MAURO BOTTARELLI

02.11.2017 - Mauro Bottarelli
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Lapresse

La prossima settimana, l’Iran comincerà ufficialmente la costruzione di due reattori nucleari dal valore di 10 miliardi di dollari all’interno della centrale di Bushehr: lo ha confermato la Islamic Republic News Agency citando Ali Akbar Salehi, capo dell’Agenzia nucleare iraniana. Direte voi, un’aperta provocazione agli Stati Uniti. C’è di più: a costruire di fatto i reattori sarà la Russia, in ossequio a un contratto firmato nel mese di luglio. E sapete cosa comporta quel contratto? Un netto arretramento dell’Iran stesso rispetto al proprio programma nucleare, un qualcosa che renderà molto più difficile lo sviluppo di armi nucleari e che, invece, si orienterà nettamente verso l’uso civile. Di fatto, ciò che è imposto dall’accordo voluto da Barack Obama e dall’Ue che il Pentagono e il Deep State tentano, in maniera più o meno palese, di sabotare. 

Sergei Kiriyenko, presidente dell’azienda statale russa per il nucleare, Rosatom, ha confermato l’impegno, sottolineando che la Russia non avrà alcun ruolo economico nel progetto, bensì meramente logistico. Guarda caso, una settimana prima dell’inizio dei lavori riesplode in tutto il suo vigore mediatico il caso Russiagate. Ma c’è di più, perché sempre la Russia e sempre attraverso Rosatom ha appena firmato un accordo con la Nigeria per la costruzione di una centrale nucleare e di un centro di ricerca multi-funzionale nel Paese africano. Le due nazioni hanno cominciato una partnership nel 2009 attraverso accordi intergovernativi di cooperazione nel campo dell’utilizzo civile e pacifico delle tecnologie nucleari: insomma, Mosca sta aiutando anche il più ricco e popoloso Paese africano nei suoi progetti di sviluppo atomico. Il tutto mentre l’Europa guarda all’Africa unicamente come un continente da coprire di soldi per evitare le partenze e il transito dei migranti. 

L’Africa, invece, è un campo di battaglia. Nemmeno troppo silenzioso, come ci ha mostrato il drammatico attentato di Mogadiscio della scorsa settimana. Il problema è che dell’Africa si sa sempre poco: anzi, si sa ciò che fa comodo che filtri all’esterno. Ovvero, principalmente, che la Cina la sta colonizzando, attraverso investimenti multi-miliardari. Verissimo. D’altronde, il principio di “aiutarli a casa loro” su cosa dovrebbe basarsi, se non su investimenti infrastrutturali e strategici in loco? Il problema è che dopo anni di corteggiamento al governo locale, anche e soprattutto attraverso lucrosi stanziamenti, da due settimane Pechino ha anche la sua base militare in Africa, esattamente nello stretto strategico di Dijbouthi, dove gli Usa hanno la loro base per la lotta contro l’Isis nel Corno d’Africa e in Maghreb, Camp Lemonnier. Questa mappa ci mostra le aree di operatività, in base alla presenza dell’Isis e di gruppi a lui affiliati nell’area. 


Già, l’Isis, lo spauracchio buono per ogni proposito geopolitico, in ossequio alla vecchia dottrina di Dick Cheney, quella dell’1%. Ovvero, se l’America ha anche solo l’1% di dubbio dell’esistenza di una minaccia terroristica, deve trattare la stessa come una certezza. E costruire basi e inviare uomini. L’America può. Anzi, deve. Se invece lo fanno Cina o Russia, trattasi di inaccettabile neo-colonialismo. Questo perché, al netto di tutto, l’Africa è il vero centro nevralgico della nuova strategia del Pentagono. Lo scorso 4 ottobre, ad esempio, abbiamo scoperto che quattro berretti verdi Usa sono stati uccisi nel corso di un’imboscata in Niger: sapete come hanno reagito stampa Usa e Congresso? Con una domanda imbarazzata: abbiamo truppe in Niger? Ebbene sì, nell’ambito di quella che il Pentagono ha denominato Shadow war, la guerra ombra. Lontana dal dibattito parlamentare, dall’opinione pubblica, dai servizi dei grandi network. 

Aricom, il comando militare Usa per l’Africa, definisce questa operazione come una risposta alle «minacce transnazionali al fine di tutelare gli interessi nazionali statunitensi e promuovere la sicurezza, la stabilità e la prosperità regionale». Un noto guerrafondaio come il senatore Lindsey Graham ha così definito l’impegno dei 1.000 soldati Usa in Niger, scoperchiando il vaso di Pandora dell’interventismo nel Continente Nero: «La guerra al terrore sta spostandosi in posti di cui non abbiamo mai sentito parlare prima e sarà senza fine». Nonostante gli Usa abbiano già truppe in 53 su 54 nazioni, per Graham non basta ancora: lui e gli altri rappresentanti non del popolo statunitense ma del warfare che alimenta il complesso bellico industriale e il Pil vogliono l’Africa come nuovo, sterminato campo di battaglia per proseguire la lotta al terrorismo. Che questo sia presente o meno, visto che se non c’è, lo si può sempre importare, come ci insegna la lezione delle primavere arabe o della Siria. 

Volete qualche numero? Le truppe Usa hanno condotto in territorio africano qualcosa come 3.500 fra esercitazioni, programmi e simulazioni all’anno, circa 10 missioni al giorno, stando al comandante in capo di Africom, generale Thomas Waldhauser. Lo stesso capo del Pentagono, James Mattis, ha detto chiaramente all’Armed Services Committee del Senato non più tardi di venerdì scorso che questo numero è certamente destinato a salire nel futuro prossimo: nel primo anno di operatività, il 2008, l’Africa Command Usa ha dato vita a 172 missioni ed esercitazioni. Nel 2013 erano già 546, mentre oggi parliamo di 3.500, un aumento del 1900% da quando il comando è stato attivato. Il tutto, nel silenzio generale dei grandi media. E non basta: Africom solo lo scorso anno ha lanciato 500 raid aerei in Libia, mentre le truppe al suo servizio hanno utilizzato attacchi con droni o in assetto di commando in Somalia. A oggi, parliamo di personale militare Usa nell’ordine delle 5-6mila unità dispiegato nel continente africano. Ogni giorno. 

Dove? Benin, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Gabon, Guinea Bissau, Mali, Nigeria, Senegal, Seychelles, Sierra Leone, Togo e Uganda. Ma il problema è il neo-colonialismo cinese, il quale è certamente geostrategico, ma almeno non porta solo soldati, bensì investimenti. E, di fatto, lavoro. Gli americani, in compenso, portano addestramento per gli eserciti africani, gli stessi che dovrebbero contrastare l’Isis, ma che, di fatto, spesso e volentieri vengono usati da governi corrotti e satrapi sanguinari per reprimere le popolazioni, le quali scappano e vanno a ingrossare le fila di migranti e profughi: il cane che si morde la coda. Qualche cifra? Nel 2014 i soldati africani di varie nazioni addestrati da personale militare Usa erano 22.825, lo scorso anno sono saliti a 42.815: un bel +89%. Il mese scorso, Donald Yamamoto, il vice-segretario di Stato per gli Affari africani, ha reso noto al Foreign Affairs Committee della House of Representatives che l’amministrazione Trump ha proposto un budget di 5,2 miliardi di dollari per l’aiuto all’Africa, le cui priorità chiave saranno «assistere la nazioni partner a sconfiggere l’Isisi e le sue formazioni affiliate e altre minacce terroristiche e network come il Mali, il Sahel, la Nigeria, il bacino del Lago Basin, la Somalia e il Corno d’Africa». Esperti del ramo, però, mettono in evidenza una pericolosa e consolidata prassi che nasce da queste “priorità”: ovvero, il fatto che miliari addestrati dagli Usa utilizzino quelle armi e quell’addestramento non contro l’Isis, ma per «prendere il potere in nazioni dove esiste un inadeguato controllo civile sui militari». Ad esempio, il Mali di Amadou Sanogo nel 2012 e il Burkina Faso di Isaac Zida due anni dopo. 

Per finire, sapete qual è stata l’evoluzione numerica dei militari Usa dispiegati in Africa sul totale di quelli di stanza all’estero? Nel 2006, solo l’1%. Salito poi al 3% nel 2010. E l’anno scorso? Oltre il 17%. Le grandi potenze, i grandi players stanno combattendo una guerra sotterranea per il controllo della nuova frontiera globale. Ricordatevene quando scoppia qualche scandalo a orologeria. O, peggio, qualche camion-bomba in una remota città dell’Africa subsahariana o del Delta del Niger. È la guerra silenziosa e non la si combatte contro l’Isis ma per il controllo delle materie prime, un qualcosa di cui l’Africa è ricca e che, in gran parte, ancora non hanno un padrone. 

Quando vi parleranno ancora di inaccettabile colonialismo cinese in Africa e di lotta all’Isis nel Continente nero, saprete cosa rispondere. Soprattutto se l’interlocutore, oltre che americano, sarà magari francese. 

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