FINANZA E POLITICA/ La sfida di Powell e il prossimo round per Trump

- Sergio Luciano

Donald Trump ha deciso di nominare Jerome Powell quale successore di Janet Yellen alla guida della Fed. Per il Presidente Usa resta centrale la riduzione delle tasse. SERGIO LUCIANO

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Jerome Powell, Presidente della Fed (Lapresse)

Cambiare, per non cambiare niente: o meglio, per “lasciare un segno”, che in fondo è di sostanziale continuità, ma con un nome diverso. È forse questo il senso semplice della scelta di Donald Trump di sostituire Janet Yellen alla guida della Federal Reserve e di nominare al suo posto Jerome Powell, dal prossimo febbraio. Powell è sicuramente un elettore repubblicano, e questo collima con il profilo di Trump: ma è l’unica vicinanza. Per il resto si tratta di un supertecnico prudente, pragmatico, già oggi consigliere della Federal Reserve, vicino all’uscente Yellen e convinto dell’opportunità di proseguire nella politica soft della Fed: riduzione lentissima degli stimoli all’economia, che procede molto bene, e graduale rialzo dei tassi.

Poi, sì, Powell è anche un moderato sostenitore della deregulation cara a Trump: meno regole sulla finanza e sul business, e meno tasse. Che è poi la vera sfida per l’amministrazione di “The Donald” e anche per la Fed, visto che un’eventuale, incisiva riforma fiscale non mancherebbe di produrre i suoi significativi effetti macroeconomici. Il compito che attende Powell sarà ben complesso: l’economia tira, ma la Borsa è in bolla. Quindi lui dovrà da un lato frenare gli eccessi della crescita, tipicamente l’inflazione, ma dall’altro prevenire per quanto potrà il possibile sboom di Wall Street. Il tutto tenendo d’occhio i fluttuanti valori di cambio del dollaro…

Proprio ieri la decisione della Bank of England di rialzare i tassi dopo dieci anni di stasi è un piccolo segnale in più della tensione che inizia a formarsi sul costo del denaro nel mondo occidentale. Niente di grave, anche a Londra si sono sprecate le rassicurazioni sulla conferma della linea espansiva “di fondo” della politica monetaria: intanto, però, dopo dieci anni i tassi di riferimento sono stati alzati di un quarto di punto!

Certo, che l’economia reale tiri è un gran bene: “Il mercato del lavoro – ha dettato proprio ieri l’autorità finanziaria centrale americana, il Fomc – ha continuato a rafforzarsi e l’attività economica è cresciuta a passo sicuro”, il che vale di più considerati i danni economici pesantissimi che hanno colpito il Pil causati dagli uragani in Texas e Florida. Le cose verosimilmente, prevede il Fomc, continueranno ad andare bene, il che diviene però, oltre un certo limite, un’arma a doppio taglio, visto il surriscaldamento già in essere dell’economia. E dunque la mossa di Trump, annunciare un cambio al vertice della Fed, non dovrebbe sventare il previsto rialzo dei tassi a dicembre: l’economia è solida, la si può frenare un minimo senza paura di nuocerle e frenando invece l’incipiente rialzo dell’inflazione.

Il vero, prossimo round economico per Trump – intanto che le polemiche sul Russiagate non accennano a sopirsi – resta dunque la riforma fiscale. Se venisse confermata e se ne intravedesse dunque una qualche sostenibilità economica, si profilerebbe un taglio permanente dell’aliquota fiscale per le aziende al 20% dall’attuale 35%, affiancato da una riduzione delle aliquote fiscali per il reddito le persone fisiche a solo quattro dalle attuali sette, con quella massima confermata al 39,6%, ma solo per i redditi eccedenti il milione di dollari per una coppia sposata e con l’aliquota più bassa che sale al 12% salvo aumentare gli sgravi per chi ha figli… Insomma, una strizzata d’occhio ai veri ricchi, e niente di cattivo contro i redditi bassi: e dunque nulla di particolarmente rilevante per la struttura di bilancio dello Stato.

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