IPHONE X/ E le anomalie che hanno trasformato la Apple in un “mostro”

- Sergio Luciano

Nei giorni in cui sono iniziate le code per acquistare i nuovi iPhone X, la Apple ha raggiunto in Borsa una capitalizzazione monstre di 900 miliardi di dollari. SERGIO LUCIANO

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Il nuovo iPhone X avrà tre fotocamere posteriori?

Sono un Apple-dipendente, lo confesso: ma vorrei disintossicarmi. Tanto più lo vorrei dopo aver letto che da ieri la capitalizzazione a Wall Street – cioè il valore totale delle sue azioni – dell’azienda che produce il mio telefonino, il mio computer portatile, il mio computer fisso e il mio tablet – quattro su quattro! – ha toccato i 900 miliardi di dollari, superando il Pil dell’Indonesia, della Turchia, dell’Arabia saudita. Ma pensiamoci un attimo: che senso ha una cosa del genere? Quale economia reale può mai essere questa di un mondo che riconosce a una sola azienda, per grande che sia, più valore di tutto quello che producono, consumano e investono in un anno 80 milioni di turchi?

Però è così. E qualunque cosa ci sia di sbagliato, nessuno ritiene di poterlo o doverlo correggere. Ci penserà, prima o poi, il cosiddetto mercato? Forse, ma in fondo non c’è nemmeno da augurarselo. Un aggiustamento sarebbe virtuoso soltanto se nascesse da un rinsavimento dell’economia di mercato rispetto a come la viviamo oggi, non da un rovescio della sorte, che genererebbe perdite altrettanto insensate come l’attuale supervalore. C’è da chiedersi piuttosto cosa spinga in queste ore in molti Paesi del mondo milioni di persone a mettersi in fila anche di notte per essere tra i primi a comprare un iPhone X, cioè uno smartphone che sostanzialmente funziona né più, né meno come centinaia di altri modelli di altre marche che costano la metà, rispetto a quello sproposito di quasi 1200 dollari di prezzo al pubblico imposto dal colosso di Cupertino. Colosso poi: sarebbe meglio dire Mostro morsicante.

E dunque, come si spiega tutto ciò? Cosa c’è dietro? Tante cose, innegabilmente. In origine, una confluenza di due fattori: un design geniale, perchè bello, semplice e funzionale; e una tecnologia sostanzialmente analoga a quella dei prodotti concorrenti, ma più facile da usare, ecco un punto vero. Utilizzare un prodotto Apple è facile come guidare un’utilitaria per un’anziana signora (o signore) che si sia sempre occupato di cucina e sia del tutto refrattario alla benché minima competenza tecnica. Non serve che sappia cos’è uno spinterogeno o un alternatore: sale, gira la chiave nel quadro, mette in moto e va, tutto intuitivamente, senza dover seguire le contorsioni mentali di quella genìa a parte della specie umana che sono gli informatici, unici esseri pensanti capaci di decidere che per spegnere un dispositivo, “stopparlo”, fosse necessario premere il pulsante di avvio, “start”.

A questo genere di intuizioni semplificanti che hanno sempre collocato, negli ultimi vent’anni, i prodotti Apple un passo avanti ai concorrenti diretti, si aggiungono però almeno due fattori di natura ben diversa nella vita dell’azienda, dalla natura – se non illecita: chi potrebbe definirla tale fin quando non sarà qualche corte di giustizia a farlo? – eticamente assai dubbia. Due fattori che si chiamano social dumping e fiscal transfer. Produrre, cioè far produrre, i propri apparati in Paesi a bassissimo costo del lavoro, tipo la Cina; e far emergere gli utili generati in paesi dalla fiscalità paradisiaca, tipo l’Irlanda. Sanando queste due anomalie, la Apple resterebbe un’azienda meravigliosa, ma sarebbe senza alcun dubbio assai meno brillante, sarebbe una grandissima azienda normale, non l’astronave di tutte le imprese industriali del mondo che è oggi. Lo è grazie a questa specie di allucinazione collettiva, questa sospensione dello spirito critico che gratifica oggi nel mondo la Apple come pure Google e Facebook e che prima o poi si normalizzerà, cesserà, e lascerà il posto a qualcosa di meno stralunato.

Resta il fatto, intanto, che Apple nell’ultimo trimestre ha venduto 46,7 milioni di iPhone, senza aver ancora gettato sul tavolo l’asso dell’iPhone X. Da soli, gli smartphone generano il 55% dei suoi ricavi: i pur ottimi personal computer, non generano nemmeno il 15%. Quindi la dipendenza dell’azienda da quest’unica famiglia di prodotti è altissima. Altrettanto alta è la sua vulnerabilità.

Con grande bravura, dal loro punto di vista, le teste d’uovo della Apple alimentano questa leadership cambiando costantemente e frequentemente il prodotto base, appunto l’iPhone; e lo fanno badando bene a introdurre varianti che inducano gli utilizzatori ad abbandonare le versioni vecchie per comprare quelle nuove, drogando appunto la relazione tra il consumatore e la marca, perché impongono continui aggiornamenti di software per implementare funzioni sempre nuove e quasi mai davvero migliorative, nonché l’uso di accessori cari e non richiesti, né reperibili da produttori terzi.

Un esempio? i nuovi auricolari senza fili dell’iPhone 8, che si possono “non usare” (risparmiando così quasi duecento euro!) solo alla condizione di comprare un adattatore che permetta di ricaricare il telefono e contemporaneamente usare l’auricolare (ciò che capita di dover fare spessissimo, stante l’insufficiente durata delle batterie e il loro effetto-memoria, non correggibile cambiandole perché non le si può cambiare!), mentre le due attività fino all’iPhone precedente potevano essere svolte allo stesso tempo senza aggiungere alcun accessorio.

Ma è la tecnodipendenza a far chiudere un occhio anzi due a milioni di consumatori di tutto il mondo. Ciò che propone o propina la Apple è buono e giusto. Stupefacente che i concorrenti non si sveglino e non facciano cose un po’ migliori o un po’ più belle o uguali ma un po’ meno care, e comunque in grado di competere. Ma confortiamoci: prima o poi accadrà. Intanto, la dipendenza resta.

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