PARADISE PAPERS/ Le verità sui paradisi fiscali più importanti della caccia ai vip

- Sergio Luciano

Una nuova inchiesta giornalistica riporta all’attenzione i diversi paradisi fiscali sparsi per il mondo. Da analizzare prima che parta la caccia ai nomi importanti coinvolti. SERGIO LUCIANO

soldi_euro_banconote_pixabay
Pixabay

L’appuntamento più ghiotto, per il pubblico italiano, è per domenica prossima, quando l’International consortium of investigative journalists (Icij, Consorzio internazionale giornalisti investigativi) ha promesso di pubblicare i nomi dei ricchi italiani “beccati” nell’elenco clienti delle due società offshore dello scandalo “Paradise Papers”, che gestiscono gli “scrigni” di migliaia di persone come loro, di mezzo mondo, la metà ricca del mondo ovviamente. Fino a domenica, fino alla prossima ondata di invidia sociale, si può forse ragionare più lucidamente su cosa c’è, in questa vicenda, di veramente criminale e odioso e cosa invece c’è di veramente ipocrita ma non criminale.

Se è criminale ciò che viola una legge, o comunque (a prescindere dalle leggi che possono anche mancare) calpesta il “diritto delle genti”, i paradisi fiscali non sono sempre e necessariamente criminali nella loro scelta – consentita dal consesso politico internazionale, anzi in realtà voluta – di applicare poche tasse ai capitali di chi li deposita nelle loro banche. Negli Stati Uniti ad esempio c’è un paradiso fiscale vero e proprio, lo Stato del Delaware; in Europa l’Irlanda, il Lussemburgo, Montecarlo e Malta sono altrettanti paradisi fiscali, ma lo sono anche molti Paesi dell’Est che hanno adottato la flat-tax e per molti versi lo è ancora la Svizzera; in Asia lo sono gli Emirati Arabi e non solo, Singapore, Macao. 

Sono tutti Paesi in cui le aliquote fiscali praticate sui patrimoni e i redditi di chi si “stabilisce” economicamente lì sono irrisoriamente basse rispetto a quelle che gli interessati dovrebbero pagare ai loro Paesi di residenza o di origine se investissero lì. Definire dunque questa scelta come “delinquenziale” è corretto se si riscontra che il trasferimento dei fondi dal Paese d’origine del proprietario al “paradiso” è stato fatto in spregio delle leggi del Paese d’origine stesso. 

Un esempio italiano di segno opposto fu clamoroso: Silvio Scaglia, fondatore e all’epoca ancora capo operativo di Fastweb, decise di trasferire nel 2007 dall’Italia all’Olanda (un altro Paese che come morbidezza fiscale ci fa invidia) il suo consistente patrimonio, pagando a tal fine al fisco italiano una tassa mostruosa, ma una-tantum. Fu uno schiaffo, in sostanza, al disastroso erario italiano – per il cui coacervo di iniquità, esosità e inefficienza qualunque epiteto è sempre inadeguato – e fu una scelta di libertà: pago tantissimo pur di non aver più a che fare con voi e pur di poter recuperare nel tempo altrove quel che verso qui oggi. Chapeau.

Tutt’altro caso è quello di coloro – la larghissima maggioranza – che hanno invece segretamente esportato nei “paradisi” i patrimoni e i relativi redditi prodotti nei loro Paesi d’origine: in questi casi, da Stato a Stato a seconda delle legislazioni locali, insorgono dei profili di illecito gravi o gravissimi, a seconda dell’entità dell’evasione commessa esportando. E l’Italia per questo ha varato negli ultimi dieci anni varie operazioni di “condono” per il rimpatrio dei denari esportati, ottenendo cospicui risultati erariali (tanto è solo con i condoni che il fisco italiano sa fare cassa). Sarà soprattutto questo il piccante condimento delle liste sugli evasori italiani che leggeremo domenica prossima: capire chi è che ha violato le leggi nazionali per salvaguardare il tesoretto. Ci sarà la solita caccia al politico e, in generale, al ricco. 

Ma anche questi casi colpevoli non cancellano la generale, universale concordia nel considerare lecito l’atteggiamento di quei Paesi che scelgono di tassare poco i capitali stranieri che affluiscono, per incentivarne appunto l’afflusso. Non dimentichiamoci che anche in Italia il governo Renzi ha varato una legge che permette ai ricchi residenti all’estero, italiani o stranieri che siano, di poter importare qualunque capitale pagando soltanto 100 mila euro di tasse a titolo di imposta sostitutiva: facile capire che in un Paese dove il prelievo fiscale sui redditi ha un’aliquota massima del 43% e quello sulle rendite patrimoniali di circa il 27%, qualunque importo superiore ai 350 mila euro – figuriamoci i patrimoni davvero pingui – può essere importato con grande vantaggio. Se poi nessuno ci ha preso sul serio, e l’offerta fiscale del governo si è risolta in un sostanziale flop, è solo perché nel mondo giustamente nessuno si fida della instabilità legislativa e dell’inaffidabilità politica e giudiziaria italiana.

C’è solo un paradiso fiscale europeo – l’Irlanda – che a oggi sta avendo qualche grana per la pretesa assurda che ha di utilizzare a tutti gli effetti l’euro salvo poi permettere a colossi mondiali come Apple o Google o Facebook di radicare a Dublino le loro holding per pagarvi lì le pochissime tasse che pagano su redditi prodotti altrove: la Commissione europea ha finalmente battuto un colpo e sta incalzando il governo irlandese per fargli cambiare la legge. Ma il caso irlandese nasce da una protervia senza fine, i governi di Dublino fingono di considerare definitivo un regime agevolato concesso all’isola per darle modo di riprendersi dai gravissimi crack bancari che ha subito, ma quel regime era invece politicamente da considerarsi a termine…

È però un altro il fronte sempre e comunque criminale del fenomeno dei Paradisi fiscali: ed è quello dell’anonimato dietro il quale, laggiù, è ancora possibile celare l’identità dei ricchi depositanti. L’Ocse ha stilato da anni una black-list di Paesi indisponibili a rivelare i nomi dei loro clienti, che però si è man mano svuotata grazie ad accordi di parziale “disvelamento” delle identità nascoste accettati da questi Paesi: un po’ per evitare le rappresaglie regolamentari sul fronte del commercio internazionale minacciate loro, un po’ per intorbidire le acque con modifiche normative fintamente aderenti alle richieste, fermo restando il perpetuare in altre modalità le pratiche opache e per questo molto apprezzate dai clienti stessi. Basti pensare che a oggi in quella lista di “reprobi” è rimasta solo Trinidad e Tobago: figuriamoci…

Di fatto, questi paesi che continuano a opacizzare l’identità dei loro depositanti sono le grandi lavanderie dei proventi della criminalità mondiale. E se si pensa che ci sono ben 7.800 miliardi di dollari, appartenenti allo 0,1% dell’umanità, è chiaro che il fenomeno è inscalfito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori