BANCHE E POLITICA/ La farsa europea ai danni dell’Italia

- Paolo Annoni

Le richieste europee alle banche italiane sugli accantonamenti sono un nuovo esempio di regole che penalizzano il nostro Paese dietro l’etichetta Ue. PAOLO ANNONI

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Danièle Nouy (Lapresse)

Le richieste europee alle banche italiane sugli accantonamenti impatteranno sicuramente le nuove sofferenze e probabilmente anche quelle pregresse. L’obiettivo sarebbe quello di rendere più solido il sistema bancario europeo e rendere le banche delle diverse nazioni simili per rischio in vista dell’unione bancaria europea. Il raggiungimento di questo obiettivo, in teoria imparziale e parte del processo di integrazione europea, non è in realtà neutrale a seconda dei Paesi in cui si applica. Nel caso italiano ci sono due ordini di problemi.

Il primo è quello relativo alle sofferenze accumulate nelle ultime due crisi, quella mondiale del 2008/2009 successiva al fallimento di Lehman Brothers e quella italo-italiana del 2011/2012 successiva alle politiche di austerity imposte all’Italia tramite il governo Monti. Decidere un tempo entro cui aumentare gli accantonamenti e ridurre le sofferenze implica per le banche dover, immediatamente, ricorrere ad aumenti di capitale, cessioni e riduzione dei crediti all’economia per limitare le prime due soluzioni che ovviamente ai mercati non piacciono; in pratica continueranno le cessioni a compratori esteri che sottoscriveranno aumenti di capitale di banche italiane, pulite, senza crediti alla “cattiva” economia italiana ma ricche di risparmio. Aumenti di capitale, ovviamente a sconto, fatte da banche che per limitarli riducono i crediti e che per risultare più appetibili riducono l’esposizione alle imprese medie e piccole che non hanno accesso ai mercati di capitale.

L’alternativa a questa soluzione che penalizza palesemente il sistema Paese italiano sarebbe dare tempo alle banche di smaltire le sofferenze gradualmente essendo aiutate in questo processo dalla crescita economica e dall’aumento dell’inflazione. È un processo virtuoso dove l’economia che cresce pulisce i bilanci di banche che continuano a prestare e a consolidare la ripresa. L’opposto è il processo vizioso che abbiamo già conosciuto con l’austerity. I tagli indiscriminati e l’aumento delle tasse hanno effetti sulla crescita così negativi che alla fine gli indicatori di finanza pubblica sono peggiori di quelli precedenti alle manovre.

C’è poi la questione delle sofferenze; imporre delle regole precostituite sullo smaltimento delle nuove sofferenze a tutte le banche europee è di per sé neutrale; nella sostanza non lo è se in caso di crisi o recessione i Paesi europei non abbiano la stessa flessibilità. Sfortunatamente per noi questa è proprio la realtà. L’obbligo di rispettare rigidi parametri di rientro dal debito e di deficit, che non rispondono a nessuna regola assoluta come dimostrano i casi americano e giapponese, fa sì che alcune economie europee in una fase di crisi non possano fare politiche anticicliche, non esiste nessun meccanismo europeo che le controbilanci se non la Bce, e si avvitino molto più delle altre. Oggi le nuove norme bancarie non conducono a un aumento delle differenze tra periferia ed Europa core semplicemente perché non c’è la crisi; se ci fosse una recessione queste norme toglierebbero un importantissimo elemento di flessibilità alle economie periferiche che non potranno nemmeno più contare sulla camera di compensazione del sistema bancario che nel nostro caso ha dalla sua un risparmio colossale.

L’aumento delle divergenze tra Europa periferica, in primis Italia, ed Europa core che queste norme producono è pagato esclusivamente dai cittadini dell’Europa periferica che non possono riequilibrare la situazione né con un aumento del debito e degli investimenti, né con una svalutazione della moneta. La Germania invece che in queste situazioni si trova con un surplus pazzesco perché beneficia delle politiche espansive della Bce si rifiuta di fare la sua parte riducendolo, come da accordi europei, aumentando gli investimenti. La costruzione europea starebbe in piedi se gli investimenti a debito che non può fare lo Stato italiano per via dei parametri sul deficit fosse fatto da quello tedesco, obbedendo alle regole europee che all’Italia vengono imposte, in Germania. I benefici di questi investimenti ricadrebbero anche sull’Italia che con le sue imprese prenderebbe ordini dall’economia tedesca.

Questi esiti possono rispondere a due obiettivi diametralmente opposti. Queste norme sono fatte per una maggiore integrazione europea, ma nei fatti separano i destini tra i stati membri non solo nella performance economica, ma nella dipendenza tra Stati. Separare le banche italiane dal sistema Paese Italia, il risultato delle nuove norme, significa diminuire gli impatti per gli europei e per i mercati di una rottura dell’euro spostando tutto l’onere sugli italiani. Oggi la Grecia può uscire dall’euro e gli impatti sarebbero infinitamente minori per le banche francesi e tedesche di dieci anni fa. Il conto l’hanno pagato solo i greci, con una disoccupazione al 25%, e non condiviso da tutti come sarebbe accaduto se la Grecia fosse stata lasciata uscire dieci anni fa. L’unica garanzia dell’Italia in questa fase è la bontà di tedeschi, olandesi e francesi perché non c’è la possibilità, con il voto, di incidere sul bilancio europeo, tedeschi inclusi come possono fare per esempio, i siciliani, in Italia.

Possiamo ovviamente tacciare di “sovranismo” chi si oppone al futuro europeo; in realtà a questo processo europeo la Germania non crede, e infatti nemmeno si sogna di ridurre il suo surplus, e noi invece ci suicidiamo trasferendo sovranità e ricchezza al resto d’Europa facendo la nostra parte con l’austerity in questo caso ai bilanci delle banche italiane. Al momento del dunque qualcuno dovrà pagare il conto per tenere insieme Paesi con indicatori economici diversissimi; in questo modo i disincentivi, il “fallimento” dell’Italia, a non pagare il conto si annullano. Va benissimo l’integrazione europea, ma è davvero così folle evitare di farla in modo così scriteriato senza alcuna garanzia? Senza alcuna certezza sulla volontà europea, in caso di crisi, di farsi carico di tutti gli europei italiani inclusi? Con l’unica certezza che nel breve l’Italia ci rimette moltissimo? Sono domande inquietanti alla luce dell’esperienza greca. 

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