SPILLO SUD/ Tra i numeri della Svimez mancano i meridionali

- Sergio Luciano

Tra tante cifre, c’è un’assordante assenza nel Rapporto Svimez 2017 che è stato presentato ieri, dice SERGIO LUCIANO. Si tratta dell’assenza dei meridionali

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C’è un’assordante assenza nel Rapporto Svimez 2017 che è stato presentato ieri: l’assenza dei meridionali. Con dovizia di cifre, lo Svimez fotografa il Sud statistico che conosciamo, che perde terreno ma “potrebbe” anche non perderlo, che subisce l’emorragia demografica “eppure è in grado di agganciare la ripresa”. Ma allora quel 53,24% di siciliani che domenica non è andato a votare, dov’è? Dov’è quella maggioranza della popolazione che non crede più in alcuna possibilità di riscatto? Che tira a campare senza vedere luci di evoluzione possibile?

Non c’è. Non è che si nasconde: proprio non c’è. E non c’è perché non è un dato economico, è un dato sociale e culturale. E sarebbe per la Svimez fuori luogo riconoscerlo e parlarne. Significherebbe smontare sia una certa retorica irredentista che vede nel Sud una vittima eterna, dei Savoia, dei Longobardi o dei Mori o di De Gasperi, vallo a sapere; e un’altra retorica trionfalistica, di stantio stampo renziano, che invece sostiene che l’arretratezza è un’illusione ottica, poco più di una “gufata”. 

Smontare due retoriche in un colpo solo sarebbe stato troppo, per la Svimez poi. Sia chiaro: è vero, anzi verissimo, che nel nostro Sud ci sono eccellenze spaziali, in tutti i settori, ci sono intelligenze, competenze, primati. Quello che manca è il tessuto civile e istituzionale, manca del tutto; quello che manca è l’ordine minimo garantito, soppiantato in gran parte da quello che viene dettato dalla malavita organizzata, capace di un controllo del territorio capillare, capace di prevenire qualsiasi scorreria terroristica fondamentalista – come ben sanno i nostri servizi segreti -, capace di non far passare neanche un appalto interessante al di fuori del circuito corruttivo. Quello che manca è una classe dirigente che creda in qualcosa e non solo nell’ideale di sistemare la famiglia e raccogliere voti offrendo fritture di pesce.

Dopo di che la Svimez se ne viene e afferma che, appunto, “il Sud è in grado di agganciare la ripresa”. Ah, sì? E come, e quando? Torna in mente il Corvo Dottore del Libro di Pinocchio, quello che – dopo aver visitato il burattino svenuto – sentenziò: “A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo!”. Sarà anche vivo, il nostro Sud, sarà anche in grado di agganciarla, ma poi non l’aggancia. La popolazione, soprattutto giovanile, defluisce. Un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà, che nel Sud si attesta al 34,1%. Che in tutte le regioni meridionali, inoltre, risulta superiore sia rispetto al dato nazionale (19,0). E allora, cosa aggancia questa povertà?

Infine, sarà anche che la ripresa è prossima all’aggancio, ma intanto dal 2001 al 2016 il Pil del Sud è calato di 7,2 punti, appena i decuplo della media nazionale. Poi, certo: c’è un po’ di domanda interna che cresce, le aziende sane e dinamiche (sono molte) esportano di più. Ma tutti i focolai di sviluppo sono soffocati nell’inefficienza canagliesca della Pubblica amministrazione e nella quotidiana, assuefacente cappa di vincolo e omertà imposta da una malavita che meno spara più è potente, e negli ultimi anni spara poco, sia in Campania, sia in Sicilia, sia soprattutto in Calabria.

La verità è che la questione italiana è la questione meridionale. Se l’Italia non avesse questa palla al piede economica che si chiama Sud, avrebbe parametri economici complessivi da far invidia alla Germania. Invece, è il degrado. Ma nessun vi porrà mano, finché non saranno – ma quando? ma come? – i meridionali stessi a ribellarsi. Però disertare al 53% il voto di una Regione Autonoma è proprio il segno dell’atteggiamento opposto. Mentre i Lombardi e i Veneti invocano l’autonomia, i Siciliani snobbano quella che hanno. La colpa non è di Cavour. E se lo è stata, è acqua passata. 

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