BITCOIN/ La crisi già pronta per la criptovaluta

- Paolo Annoni

Con la quotazione alla borsa di Chicago dei futures, i Bitcoin hanno perso una delle caratteristiche più distintive: non possono più essere un bene rifugio. PAOLO ANNONI

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Con gli ultimi rialzi i Bitcoin sono diventati la maggior bolla della storia economica; chi si è preso la briga di confrontare la performance dei Bitcoin con quella del prezzo dei tulipani in Olanda nel XVII secolo o quelle più recenti della new economy alla fine degli anni ‘90 ha dovuto concludere che un fenomeno di questa portata non si era mai visto. Non si era mai visto in verità neanche un periodo così lungo di tassi così bassi con effetti dirompenti sulla finanza “ufficiale”. Il susseguirsi di emissioni obbligazionarie a tassi bassissimi, le acquisizioni miliardarie fatte a leva, le quotazioni di società che gli investitori si strappavano dalle mani sono un prodotto delle stesse cause. Il rialzo del mercato americano è il più lungo di sempre.

L’origine ultima di questi fenomeni ha a che fare con le politiche di immissione di liquidità che le banche centrali hanno messo in atto per salvare la finanza nel 2008 dopo la crisi Lehman; una crisi che rischiava di travolgere l’economia reale. Questo approccio ha però creato una disparità enorme tra chi aveva un rapporto diretto con la finanza e chi non l’aveva. Negli Stati Uniti, il caso ritenuto di maggior successo, la disuguaglianza tra il reddito del primo dieci percento della popolazione e l’ultimo non è mai stata cosi grande. Il tasso di partecipazione al lavoro non è mai tornato ai livelli pre-crisi e molti posti di lavoro creati negli ultimi anni sono sottopagati. Le politiche di immissioni di liquidità stanno mostrando la corda perché i loro effetti arrivano molto diluiti sul cittadino medio, ma generano bolle clamorose che producono fortune per pochi. In Europa la situazione è resa peggiore dall’austerity. Torniamo agli Stati uniti: le infrastrutture cadono a pezzi e i nuovi laureati faticano a trovare lavori medi pagati dignitosamente, però i profitti delle società quotate non sono mai stati cosi alti e le valutazioni cosi ricche.

I Bitcoin sono un prodotto della bolla finanziaria generata dalla risposta delle banche centrali post-Lehman sfuggito al controllo della finanza ufficiale. L’ad di JpMorgan che dileggia i compratori di Bitcoin non dice nulla contro i compratori di debito pubblico a tassi negativi. Da qualche giorno però la situazione è cambiata: con la quotazione alla borsa di Chicago dei futures sui Bitcoin è come se la finanza ufficiale fosse penetrata in un mondo da cui era fuori. I Bitcoin hanno perso una delle caratteristiche più distintive e cioè, in un certo senso, la capacità di essere fuori dalle traiettorie della finanza ufficiale e slegata dai suoi destini. Se i Bitcoin diventano un altro dei prodotti tradabili sui mercati, con le loro specificità certamente ma pur sempre parte integrante di quel mondo, allora le dinamiche saranno le stesse che toccano ai mercati. Vuol dire che non possono più essere un bene rifugio e forse, in questo caso, non rimane moltissimo.

Se i venditori fossero più dei compratori è legittimo chiedersi cosa rimanga. Cosa sarà dei Bitcoin si deciderà dopo la loro prima crisi; non sappiamo predire la data, ma sappiamo che difficilmente potranno tirarsi fuori dalla crisi “dei mercati”.

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