BANCHE E POLITICA/ Le domande che contano più del caso Boschi-Etruria

- Stefano Cingolani

La Commissione d’inchiesta sulle banche si appresta a sentire Padoan, Visco e Ghizzoni: ai tre verranno poste le giuste domande sulla crisi? STEFANO CINGOLANI

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Ignazio Visco e Pier Carlo Padoan (LaPresse)

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle crisi bancarie è arrivata al rush finale. La prossima settimana verranno ascoltati il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, e Federico Ghizzoni, l’ex amministratore delegato della Unicredit. Tutti e tre hanno molte cose da dire e da spiegare sulle cause vere dei crac bancari e su come sono stati affrontati. Chissà se qualche commissario vorrà andare al cuore del problema o se la maggior parte del tempo verrà dedicato a sapere come, quando, con chi, in quali circostanze, di giorno, al mattino, la sera, a cena o durante il dopo cena, Maria Elena Boschi si è occupata della Banca Etruria e degli affari di suo padre.

Nel caso di Ghizzoni è chiaro che l’attesa spasmodica del circo politico-mediatico riguarda esclusivamente il presunto intervento della Boschi affinché la Unicredit salvasse la Banca dell’Etruria. Il banchiere in realtà dovrebbe chiarire molte cose, per esempio gli aspetti chiave che hanno portato alla nascita del fondo Atlante e al suo costoso fallimento e perché non gli è riuscito l’ultimo aumento di capitale. Ma andiamo con ordine. E proviamo a offrire qualche modesto suggerimento a un ideale commissario davvero interessato a capire.

Al ministro Padoan si dovrebbe chiedere come mai l’Italia è arrivata impreparata al bail-in. Non è stato lui ad approvarlo, ma il suo predecessore, Fabrizio Saccomani, già direttore generale della Banca d’Italia, candidato primo alla successione di Mario Draghi, poi ministro dell’Economia e adesso presidente della Unicredit. Saccomanni ha ingoiato anche la condizione peggiore, cioè che il nuovo meccanismo fosse addirittura retroattivo. Ma fino alla vigilia della sua introduzione era come se nulla fosse. Finché il governo non si è trovato a dover liquidare in fretta e furia le quattro banchette del Centro Italia. Chi lo ha deciso, Matteo Renzi, Padoan o Visco? E perché sono state applicate in anticipo le regole del bail-in coinvolgendo anche i detentori di obbligazioni subordinate? La Banca d’Italia ha già dato spiegazioni tecniche, ma sono sufficienti?

Padoan aveva capito che le banche italiane rischiavano grosso a causa della montagna di crediti deteriorati, tanto che ha tentato di varare una bad bank per assorbirli e ripulire i bilanci. Sappiamo che glielo ha impedito l’Unione europea, perché ha considerato la garanzia pubblica alla stregua di aiuti di stato, ma è vero che erano contrari anche i capi delle principali banche italiane? Gli stessi che poi sono corsi a creare il fondo Atlante?

Molte sono le cose che anche Ghizzoni dovrebbe chiarire. Quando era a capo di Unicredit ha cominciato a liberarsi di una parte delle sofferenze mettendo in conto le perdite. Pensava che fosse sufficiente ripulire i panni sporchi in famiglia. Ma la banca si è trovata a dover aumentare di nuovo il capitale e ha incontrato enormi difficoltà. Nello stesso tempo l’amministratore delegato ha offerto di garantire l’aumento di capitale e lo sbarco in borsa della Banca Popolare di Vicenza già scossa dalla crisi. L’accordo risale al settembre 2015, ma l’operazione è fallita nella primavera del 2016; la Unicredit si è trovata talmente a mal partito (non avrebbe mai potuto assorbire la Popolare vicentina) che, per evitare il peggio, il governo e la Banca d’Italia hanno messo in campo il fondo Atlante: il suo compito era assorbire i crediti deteriorati, ma quasi subito è diventato l’unico azionista della Popolare di Vicenza e poi anche di Veneto Banca.

Presentato come la soluzione di mercato, il fondo dal nome mitologico si è rivelato un clamoroso fallimento, costato tra 4 e 5 miliardi alle banche, cioè in ultima istanza ai depositanti. Ghizzoni ha gettato la spugna e c’è voluto un francese, Jean Pierre Mustier, per raccogliere ben 13 miliardi di euro e ricapitalizzare Unicredit. Altro che l’Etruria, Atlante doveva salvare la prima banca italiana, considerata sistemica, troppo grande per fallire e che, pure, ha fatto tremare i polsi all’intero sistema.                                                                     

Le risposte che un commissario davvero preoccupato del sistema creditizio si attende da Visco sono innumerevoli. Riguardano non tanto il pedissequo rispetto delle leggi e della prassi (ché questo francamente non si può rimproverare), quanto la capacità di affrontare gli eventi senza farsene travolgere. É vero che fino all’ultimo, fino all’estate del 2015, a via Nazionale erano certi che il fondo interbancario di tutela dei depositi fosse sufficiente per coprire le falle? Chi e che cosa aveva convinto Visco che l’Ue avrebbe dato il via libera, senza considerare aiuto di stato l’intervento del fondo? Troppo spesso la Banca d’Italia è stata colta alla sprovvista. Nell’insieme ha messo un velo sulla debolezza delle banche italiane che non solo erano povere di capitale, ma non facevano utili da quando la politica monetaria espansiva aveva chiuso la forbice tra tassi attivi e passivi.

È tutta colpa della recessione, questa la tesi prevalente. Invece c’era dell’altro, c’era la cattiva gestione, c’era il clientelismo nella erogazione del credito. Il Montepaschi ha perso 26 miliardi di euro per prestiti mal gestiti, due miliardi per aver strapagato l’Antonveneta, solo 220 milioni per il derivato Alexandria. È mancata la moral suasion, la capacità di convincere e influenzare le scelte di banchieri che spesso si sono comportati da nemici: Vincenzo Consoli l’ex capo di Veneto Banca si lamentava per le ispezioni considerate troppo meticolose e nella sua testimonianza la scorsa settimana ha insistito nel far credere che la sua banca poteva tirare avanti da sola.

La Commissione d’inchiesta è un organismo politico, non tecnico. Sarebbe interessante, dunque, se nella sua settimana cruciale venissero fuori non solo le pur legittime recriminazioni sul passato, ma delle indicazioni per il futuro. La vigilanza ha rispettato le norme, eppure non ha funzionato. Perché? Che cosa bisogna rivedere? Ci vogliono più regole dirigistiche o è meglio aprire le porte a soluzioni di mercato? Davvero le banche vanno salvate a ogni costo?

Tutte le domande dei commissari finora ruotano attorno a una questione di fondo: come mai non si è intervenuto in tempo. Il salvataggio sempre e comunque sembra un dogma per tutti i partiti politici. Le quattro banche del Centro Italia rappresentavano l’un per cento del mercato bancario, ma sono costate 5,3 miliardi al Fondo interbancario. Secondo una stima approssimativa, sono stati erogati oltre 31 miliardi per tamponare le crisi (compresa la nazionalizzazione del Monte dei Paschi di Siena). Non sarebbe meglio, invece, stabilire che è inutile sprecare soldi per tenere in vita degli zombi, meglio impiegare le risorse per proteggere i depositanti, i risparmiatori, i lavoratori?

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