SPY FINANZA/ Ecco come l’Italia spiana la strada alla sua crisi

- Mauro Bottarelli

L’economia italiana non sta vivendo un momento florido e la conferma la si può avere anche dai messaggi impliciti di alcuni spot pubblicitari. MAURO BOTTARELLI

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Lapresse

Non prendetemi per matto, la questione è tremendamente seria. Non capisco nulla di marketing se non i meccanismi base, ma ho un paio di amici che sono seri professionisti del settore e mi è capitato, durante una cena recente in cui si parlava di ripresa economica, di apprendere qualcosa che avevo intuito solo a livello meramente istintivo. Avete notato come in televisione dilaghino gli spot dedicati a medicinali per bruciori di stomaco e mal di schiena o problemi muscolo-articolari? Pensate che la gente abbia di colpo abbandonato le sane abitudini della dieta mediterranea e si sia messa a mangiare schifezze all’americana, non digerendole? O ancora, pensate che abbia preso piede un nuovo hobby, quello di sollevare pesi e fare traslochi, tanto da restare bloccati ogni tre per due? Ovviamente no. O, almeno, non del tutto. Ma nessuno vi dirà mai il perché di quell’invasione pubblicitaria così mirata e invasiva, perché il motivo reale è decisamente sgradevole e pare il contrasto migliore a qualsiasi ottimismo governativo o dell’Istat. 

Se c’è tutta quella pubblicità, due sono le ragioni: o c’è richiesta o la sia vuole stimolare, perché ve ne sono i prodromi nella società e nei suoi numeri e realtà più nascoste. I problemi di stomaco sono sì, ovviamente, associati a processi digestivi, ma aggravati non solo da una dieta più scadente dovuta al taglio del budget per la spesa, quindi meno pesce e altri alimenti sani ma costosi, ma anche e soprattutto all’ansia e agli stati a essa associati: avrà mica a che fare con il fatto che lo strepitoso Jobs Act ha creato sì quasi un milione di posti di lavoro, ma quasi tutti a tempo determinato e a condizioni di flessibilità e incertezza estrema? Voi cosa dite, mangiate e digerite sereni non sapendo se a fine mese sarete “rinnovato” o “tagliato”? La fettina impanata che normalmente vi dava solo soddisfazione, diviene meno ghiotta e digeribile di fronte alla prospettiva di non potersela più permettere così spesso dal mese prossimo, dovendo giocoforza optare per la carica proteica dei più a buon mercato fagioli in scatola? 

Ancora più interessante il capitolo dedicato a cerotti e altri rimedi per mal di schiena e altre patologie muscolari. La tensione è di per sé un’aggravante di queste ultime e uno stato di ansia o precarietà la generano in quantità industriale e, soprattutto (cosa più grave), pressoché cronica. Si dorme male e agitati, altra componente letale di queste sindromi. Ma, in sempre più casi, soprattutto il mal di schiena è dovuto a problemi posturali del corpo: tutta colpa di quel maledetto stravaccarsi sulla poltrona? No, la masticazione. Dovuta a un dato che anche l’Istat più volte a sottolineato ma che ora sta assumendo proporzioni preoccupanti: gli italiani con la crisi tagliano le spese mediche, si curano di meno. E il primo capitolo di spesa a essere stato letteralmente tagliato con l’accetta è il dentista. 

La pubblicità, meglio di qualsiasi economista con due lauree e tre master, coglie questi segnali che giungono dalla società e li massimizza, veicolandoli: hai mal di schiena? Non importa la ragione primigenia, strutturale e, soprattutto, ormai di massa del problema, noi ti riempiamo di cerotti con o senza medicinali, con le celle di calore o l’olio essenziale di Papua e vedrai che starai meglio. Non digerisci la cena per le preoccupazioni e perché mentre mangi di fronte a te c’è tuo figlio, lo stesso a cui magari il mese prossimo dovrai negare il cinema o la pizza con i compagni di classe se non ti verrà rinnovato il contratto? Nessun problema, polverina o pillola e vedrai che per stanotte dormi senza reflusso. 

Al netto delle balle di politici ed economisti, cari amici, il mondo in cui stiamo vivendo, il Paese i cui agiamo quotidianamente è questo. E cosa ha fatto il governo, non più tardi della notte fra martedì e mercoledì, in sede di vaglio in Commissione del Def? Due cose: ha ridotto il bonus bebè, limitandolo al solo 2018, e ha cassato tutte le modifiche al regolamento legato proprio ai contratti a termine, mantenendoli strettamente nei termini dei rinnovi come da Jobs Act e stralciando le migliorie già approvate prima dell’approdo in Commissione per vaglio e nulla osta. Ovvio, trattasi in questo frangente di chiara vendetta politica da un lato verso “Alternativa popolare” dopo la diaspora e la nascita di “Noi con l’Italia” e verso “Liberi e uguali” dall’altro, già di per sé sintomo di infantile irresponsabilità politica, ma la questione non cambia: la classe dirigente del Pd vuole imporre una narrativa falsa e mendace di ripresa a tutti i costi in chiave elettorale, oltretutto non volendo prendere atto che questa logica in Sicilia ha portato a uno schiaffo epocale, senza scordare i comuni rossi della Toscana persi alle amministrative o la caduta di Genova e Sesto San Giovanni. 

Un amico economista, forse un po’ netto nei giudizi, dice sempre che «se crei Weimar, poi non lamentarti del Terzo Reich»: non vi pare che sia la colorita conferma della famosa “mucca in corridoio” più volte evocata da Pier Luigi Bersani? Invece di gridare alla presa del Reichstag per i pacchi di pasta che CasaPound dona alle famiglie italiane indigenti, quelle che non possono permettersi nemmeno mal di stomaco o di schiena, né tantomeno i farmaci per curarli, non sarebbe meglio prendere atto della situazione e del perché basti una confezione di rigatoni o una latta di passata di pomodoro per generare consenso politico nell’Italia dell’ormai 2018? La ricetta è fallita e perseverare è diabolico. Oltre che stupido. Al netto del sostegno della Bce che proseguirà, ancorché limitato negli acquisti in volume, resta il fatto che il credito continua a non essere erogato e le aziende a non assumere o investire, se non attraverso strumenti e modelli di precarietà assoluta: il tempo del “meglio un lavoro a termine che stare a casa” deve finire, perché sono i fatti a dirci che questa narrativa è stata solo un comodo alibi per i tweets del governo e per lo sfruttamento di massa da parte di imprenditori indegni di questo nome, visto che appartenne ad Adriano Olivetti, ad esempio. O si ridà dignità al lavoro, attraverso regole e dinamiche salariali in linea con quella Costituzione tanto evocata e mai onorata nei fatti che contano oppure prepariamoci ad assomigliare, attraverso la produttività disordinata da formicaio che stiamo perseguendo, al Bangladesh del costo zero e della delocalizzazione e non alla Germania. 

I modelli vincenti, quelli che creano società ed economie floride e sostenibili sul medio periodo, si basano sui salari e non sui prezzi: altrimenti, lo ripeto, il futuro è una società di schiavi intercambiabili in batteria che producono felpe da quattro soldi da buttare sul mercato in una corsa folle a una competizione senza senso, visto che ormai il commercio come lo conoscevamo solo cinque anni fa è roba da libri di preistoria, numeri delle vendite al dettaglio e della chiusura di massa dei mall negli Usa docet. Vogliamo fare concorrenza al modello Amazon, forse? Avanti, la strada per il suicidio di un Paese in questo modo è certamente lastricata. Occorre intervenire, in primis, sul nodo gordiano: il sistema bancario. E non per la mail di Carrai o le visite della Boschi, ma per riattivare il prima possibile l’erogazione di credito a famiglie e imprese, invece che benedire il modello americano del credito al consumo, ovvero l’indebitamento: tornando alla pubblicità, quanti televisori, smartphone e lavatrici vi offrono, soprattutto in questo periodo, con rate strepitose? 

È questo che vogliamo, ridurci al modello americano che, oggi come oggi, vede i debiti scolastici e per acquisti di auto attraverso carte di debito e credito o soluzioni revolving superare entrambi il trliardo di dollari, tanto che le sofferenze crescono a dismisura e sempre più spesso il governo federale deve intervenire, facendo esso stesso così aumentare il debito pubblico? Un governo serio chiederebbe un’altrettanto seria moratoria a tempo al riguardo alla Bce e alle autorità europee, pena il veto sul budget. È ora di atti forti, perché il Paese sta vedendo seccare e marcire le radici stesse della sua floridezza economica storica: Pmi e risparmio. Si obblighino gli istituti a sbloccare i delinquenziali processi di segnalazione di massa delle aziende morose colpite dalla crisi nelle centrali rischi, si torni a erogare credito e gestire risparmio, non a fare gli hedge funds. Si torni a essere Paese, nazione, patria. Non colonia. O protettorato. 

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