FINANZA E POLITICA/ Il “domino Catalogna” pronto a scattare nell’Ue

- Paolo Annoni

Il caso Catalogna potrebbe non restare isolato. Se l’Europa non cambierà atteggiamento, le spinte autonomiste non si fermeranno, anche fuori dalla Spagna. PAOLO ANNONI

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Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

La vittoria degli indipendentisti in Catalogna non si è sentita dalle parti del cambio euro/dollaro e nemmeno da quelle del decennale spagnolo. È difficile dire se la rottura della Spagna non sia vista come un rischio concreto, oppure non venga ritenuto determinante sul breve termine oppure, infine, se la rottura non sia ritenuta un evento particolarmente negativo. A margine del risultato sono state interessanti alcune dichiarazioni del leader degli “unionisti”: “quello che si è costruito in 35 anni non si cambia in 15 minuti. Dovremo lavorare su infrastrutture, sicurezza, migliorare l’educazione e le liste di attesa negli ospedali”. L’indipendentismo, in sostanza, viene messo in relazione all’insoddisfazione per lo stato dell’economia. La crisi economica, il peggioramento dei servizi pubblici diventa il catalizzatore per le richieste di autonomia.

L’unico quadro che ci sembra spieghi quanto sta avvenendo in Europa e in Catalogna è quello dell’attuale politica europea. Gli stati “cattivi” che hanno deficit giudicati pericolosi sono costretti ad applicare l’austerity senza alcun controbilanciamento europeo; quando le cose vanno bene per il ciclo economico globale, lo Stato non può comunque investire e le regioni più ricche e con le economie più avanzate si attaccano più direttamente al ciclo globale. Quando le cose vanno male, gli stati virtuosi possono permettersi politiche anti-cicliche mentre quelli cattivi sono costretti a un surplus di austerity che trasforma le crisi in tragedie come successo in Italia nel 2011. 

Le conseguenze di questa dinamiche non hanno nessuna valvola di sfogo e non incidono né sulla valuta, che rimane uguale per tutti, anche per le economie che vanno peggio, né sulle politiche della banca centrale. In sostanza uno spagnolo è “punito” dall’austerity in quanto spagnolo, ma, nel momento della crisi o anche in una fase normale del ciclo, non riceve nessun beneficio in quanto europeo; gli ospedali o le infrastrutture che vengono lasciate andare dalla Spagna, via austerity, non vengono salvate dall’Europa. 

Se il quadro europeo, sia lato valuta/banca centrale che lato politica economica di austerity, è immodificabile e si irrigidisce ancora di più per il processo di trasferimento di sovranità da periferia a centro senza maggiore democrazia, le spinte autonomiste non sono un caso, ma sono assolutamente compatibili con il quadro stesso. Se un cittadino di Barcellona è penalizzato dall’appartenenza alla Spagna e non può cambiare la situazione via democrazia spagnola, perché tutto il potere economico è a Bruxelles, l’unica scelta economica di buon senso è l’indipendenza. L’euro è lo stesso, la politica economica è la stessa e comunque non la decido io, in compenso avendo un’economia più simile a quella del centro posso ragionevolmente sperare, da indipendente, di avere più flessibilità di spesa per le mie infrastrutture e i miei ospedali. Quando l’Europa legge Spagna vede “rosso” e blocca tutto, ma se vede Catalogna con meno deficit e più Pil probabilmente sarà più buona. 

Il caso catalano ha ovviamente alcune specificità storiche; la percezione comune è che la vicenda spagnola sia un caso unico in Europa. Se invece l’assetto europeo è un detonatore di queste dinamiche, nei prossimi anni i casi catalani si moltiplicheranno spinti dall’irresistibile seduzione di poter ritagliarsi, in Europa, uno spazio maggiore per investimenti e welfare.

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