FINANZA E POLITICA/ Gli “schiaffi” di Gentiloni a Renzi e Berlusconi

- Sergio Luciano

Paolo Gentiloni, nella conferenza stampa di fine anno, ha esposto quanto fatto dal suo Governo con uno stile diverso da quello di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. SERGIO LUCIANO

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Attacco hacker al Pd di Firenze (LaPresse)

Se la forma è sostanza, e spesso lo è, Paolo Gentiloni è riuscito, con la conferenza stampa di fine mandato svolta ieri, a rimettere in buona forma l’immagine del governo – non solo del “suo” – agli occhi degli italiani. E con le punteggiature politiche che ha usato, e il suo finale richiamarsi al concetto di “forza tranquilla”, ha posto tutte le premesse a lui accessibili per una conseguenza che sarebbe naturale e logica, se la logica albergasse ancora al vertice del Pd: quella che il partito chiedesse proprio a lui, premier uscente con onore, di candidarsi nel ruolo di premier della sinistra di governo alle prossime elezioni politiche del marzo 2018.

Il “modo” in cui Paolo Gentiloni ha presentato la sua sintesi e risposto alle domande è stato quello giusto. Il “modo” che offendeva la Francesca dantesca, in questo caso ha convinto e ispirato rispetto in chi ha ascoltato l’ora scarsa di conversazione del presidente. Nel suo modo di esporre infatti il premier uscente ha bandito gli ingredienti – peraltro a lui estranei per formazione e stile – della foga retorica, dell’irrisione dei dissidenti, della magniloquenza imbonitrice che invece connotano, in queste settimane, le sortite pubbliche di due degli ex premier del nostro Paese: Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Da costoro, sfidanti di punta alle prossime elezioni del 4 marzo e forse alleati d’obbligo anti-Grillo, toni da imbonitore. Dal candidato premier pentastellato Di Maio un certo garbo, avvolto però in una totale inconsistenza di contenuti.

Gentiloni ha invece parlato da persona seria, prerogativa non trascurabile per chiunque conservi memoria di che significa essere “seri”: prendere solo gli impegni che si ritiene di poter mantenere; dire le cose necessarie senza aggiungere fronzoli; non vantarsi individualmente di meriti non propri; assumersi al contrario tutte le responsabilità. Questo insieme di codici di comunicazione che Gentiloni ha scelto – ma soprattutto incarna (non si direbbe affatto che reciti una parte, insomma) – vale tanto più in quanto il premier uscente, com’egli stesso ha ricordato in un passaggio, con una sfumatura che rasentava la rassegnazione, è del Pd: il partito che arriva alle urne in caduta di consensi ed è guidato da un personaggio antropologicamente agli antipodi, appunto Renzi. 

Renzi ha costruito il suo successo sulla parola d’ordine della rottamazione, volutamente violenta e ironica, ispiratrice dell’idea di rivoluzione, più che di riformismo. E per gli italiani – pochissimi – che seguono con attenzione la politica, constatare come quella rottamazione sia stata utilizzata in realtà per sostituire una lobby nuova a quelle vecchie, ma ancora nel segno dell’appartenenza e della fedeltà acritica anziché del merito, è stato un amaro disinganno.

La retorica della leadership fiammeggiante, la mistica dei condottieri da balcone, tutti proclami e petto in fuori, che la Repubblica avrebbe dovuto archiviare per sempre sugli scaffali del sarcasmo popolare e invece purtroppo ancora patisce, accogliendola con un deplorevole consenso, è la cifra per leggere la condotta di Renzi (in questo, perfetto epigono di Berlusconi). Ed è con un simile capo politico che nel suo anno di governo Gentiloni ha dovuto fare i conti, mediandone le spinte, cercando di adottare di esse le occasionali componenti valide scartando quelle velleitarie, e al momento buono, sul tema cruciale della nomina del governatore della Banca d’Italia, disattendendo l’input del teorico capo. Ignazio Visco è stato confermato in carica per un altro mandato, contro l’esplicita indicazione di Renzi. Che poi non ha avuto pudore – ma non c’è da meravigliarsene – nel tentare di accreditare alla propria linea gli esiti della lunga testimonianza del medesimo Visco in Commissione bicamerale sulle banche, nella quale invece il banchiere ha dovuto rivelare vari dettagli che hanno fatto fare al politico di Rignano e alla sua alter ego Maria Elena Boschi la figura, quantomeno, degli ignoranti…

Gentiloni ha rivendicato con forza – ma anche in questi momenti, senza spocchia – alcuni meriti della sua squadra di governo, sottolineando che l’esecutivo non ha “tirato a campare”: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi dal dopoguerra e il merito principale è delle famiglie e delle imprese italiane”. “La prossima legislatura – ha aggiunto – avrà il compito di proseguire l’impegno di tradurre la ripresa della crescita in ricucitura delle lacerazioni sociali e riduzione delle disuguaglianze. È l’inizio di un percorso, c’è molta strada da fare”. Vivaddio: nessuna iperbole, molta concretezza, un velo di umiltà, che non guasta.

E poi una serie di riferimenti puntuali ad alcune realizzazioni-chiave, come il piano Industria 4.0 (firmato peraltro da Carlo Calenda, non da lui), o il reddito d’inclusione: “Vorrei rivendicarne l’importanza”, ha detto, “nel proliferare delle promesse più o meno fantasiose. Si tratta di una misura universale concreta, che si rivolge a una parte consistente, anche se non sufficiente, delle famiglie in condizioni di povertà”.

Sempre mantenendo un tono pacato, Gentiloni non si è sottratto alle domande più spinose. A cominciare proprio da quella sulla riconferma di Visco: “Io non ho condiviso l’iniziativa parlamentare del Pd volta a evitare la conferma di Ignazio Visco alla guida di Bankitalia e ho preso una decisione difforme”. Tante polemiche sui vincoli di mandato sostanziali che legherebbero un uomo di governo alla linea del suo partito spazzate via con semplicità. E ancora: “Le audizioni della commissione bicamerale sulle banche non credo che siano state utilissime. Ne ho accolto con un certo sollievo la fine”. E sulle assenze dei ministri renziani dal consiglio che nominò Visco, ha felpatamente riconosciuto: “Può darsi che in quel caso avessero un significato politico almeno da parte di alcuni”. 

Una comunicazione specifica non banale Gentiloni l’ha riservata all’Alitalia: “Mi auguro – ha detto – che si possa arrivare rapidamente a una soluzione e che le offerte che sono sul tavolo possano essere anche migliorate: per certi versi è necessario”. Una posizione molto giusta, e anche coraggiosa perché rimette a centro campo uno Stato venditore che però non ha voglia di svendere. E infine, un battuta politica di grande spessore: “Penso che il Pd abbia tutto l’interesse ad apparire quello che è: una forza tranquilla di Governo, questo è il messaggio che a mio avviso deve trasmettere e trasmettendolo recupererà consensi”. 

L’espressione “forza tranquilla” Gentiloni l’ha estratta dal patrimonio culturale della democrazia francese, che indubbiamente gli piace – e Macron ne sa qualcosa; usata per la prima volta, parrebbe, da Leon Blum nel 1936, assurse agli onori della storia nell’81, quando Francois Mitterrand la pose al centro della sua celeberrima campagna elettorale, che ha cambiato il corso della storia politica di quel Paese e della comunicazione politica occidentale: “La forza tranquilla”, nelle mani dell’abilissimo Jacques Seguelà, sedusse e convinse i francesi. Che per quattordici anni si affidarono in buone mani.

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