SPILLO/ Papa Francesco e il dono che vale più dei “comandamenti” della Borsa

La sofferenza non colpisce solo le minoranze perseguitate come i Rohingya o i giovani che faticano a trovare un lavoro, probabili poveri del domani. GIAN LUCA BARBERO

31.12.2017 - Gian Luca Barbero
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Piazza Affari (LaPresse)

Gesù Cristo oggi si chiama Rohingya. Tu parli di loro come fratelli e sorelle: lo sono. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo… e pensare che alcuni teologi di allora – non tanti, grazie a Dio – discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, questo dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: quella di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. Sant’Ignazio, che faceva questa esperienza, chiedeva il dono delle lacrime. La faceva anche san Pietro Favre. Una volta esisteva il formulario di una Messa proprio per chiedere il dono delle lacrime. E la preghiera era: «Signore, tu che hai fatto scaturire acqua dalla roccia, fai sgorgare lacrime dal mio cuore peccatore». La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Ma io questa sera davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solamente cercando di condividere con voi i miei sentimenti…“.

Sarà perché lavoro in Piazza Affari a Milano, ma questa volta le parole del Papa a un gruppo di Gesuiti del Myanmar e del Bangladesh, sono state un pugno nello stomaco, segno palese che ha ragione (la verità in fondo comincia a lavorarti dentro facendoti male). La city milanese, pur non godendo, diciamo, dello statuto speciale della gemella londinese, rappresenta una specie di isola nel cuore di Milano: a due passi da Piazza Cordusio e dal Duomo che, da mattina a sera, sono attraversate da un ritmo così frenetico da contagiare anche il più tranquillo turista. La piazza, invece, è dominata da una calma, a tratti piatta: pochi transiti, in certi momenti quasi un silenzio irreale, teatro ogni tanto di manifestazioni di lavoratori in sciopero, appartenenti per lo più a organizzazioni autonome, che vengono doverosamente a sfogare la loro rabbia contro i banchieri, ma dopo qualche (raro) fumogeno e qualche coro non benevolo, tutto ripiomba nella normalità, prova che il vero scompiglio non lo fanno le urla e i fumogeni, peraltro spesso lanciati da gente dai capelli grigi, o almeno non così giovane da protestare forse con più ragione.

A Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa Italiana, avvengono transazioni finanziarie di ogni genere, oltre a parecchi eventi mondani, come durante la settimana della moda o in occasione dell’avvio della quotazione di società, per i quali vengono spesi ingenti cifre; è il senso generale del primo comandamento: “non farai mancare il dividendo agli azionisti”, anche a costo di tagli impopolari. Sulla piazza o nei paraggi si affacciano anche alcuni tra i più rinomati studi legali che, naturalmente, traggono lauti profitti dal mondo sempre più articolato e complicato della finanza. Quasi tutti “colletti bianchi” rigidamente abbigliati, smartphone alla mano per non perdere ogni singola mail, o collegati via cuffie alle orecchie per discutere o negoziare anche durante la pausa pranzo. Eppure sempre più isolati e più soli, in un’apatia profonda, come se un’operazione chirurgica avesse asportato la capacità di sentire.

Emerge, in fondo, anche nel rapporto sul benessere equo-sostenibile (Bes) presentato a metà dicembre: pur in un clima generalmente positivo, dovuto all’uscita dalla crisi – benché non per tutte le fasce di popolazione -, la qualità delle relazioni sociali tende a peggiorare. Tra il 2015 e il 2016 sono diminuiti quanti si dichiarano soddisfatti per i rapporti familiari e sociali, basati sulla fiducia reciproca, con l’eccezione di alcune regioni, mentre è assai negativa la capacità dell’Italia di creare opportunità di lavoro per i giovani laureati, che sempre più frequentemente lasciano il Paese (nel 2016, il fenomeno ha riguardato circa 16 mila laureati).

I timori appaiono confermati da altre analisi: secondo una ricerca del Credit Suisse – citata da organi di stampa – i nati dopo gli anni ’80 (i cosiddetti “millennials”) faticano molto a costruire un proprio patrimonio rispetto alle generazioni nate fra il ’46 e il ’64, che hanno beneficiato di un lungo periodo di crescita, per certi aspetti unico, del ciclo economico; le ragioni possono essere varie: anni di crisi, minore disponibilità di posti di lavoro, retribuzioni basse, per non dire in molti casi da fame, contratti solo a tempo determinato o saltuari che alimentano precarietà e discontinuità contributiva previdenziale, tutte premesse che, salvo eccellenti profili (ma devono lavorare tutti e non solo i migliori), ne fanno verosimilmente i nuovi poveri di domani.

Il Papa parla dei Rohingya, ma non sono soltanto le minoranze o i poveri a soffrire. Si soffre a tutte le latitudini geografiche e umane; capita, ad esempio, che nella solitudine uno si perda del tutto e, a due passi dalla city, vicino alla centralissima Piazza San Babila, una donna salga in ufficio, posi la borsetta, avvii il PC e poi si suicidi buttandosi dall’ultimo piano, senza disturbare troppo. Davvero, il dono delle lacrime è forse il regalo più grande.

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