SPILLO/ Se anche le api sanno come si esce dalla crisi

- Mauro Artibani

Lo diceva anche una favola del 1700 che è bene ricordare oggi: senza spesa, la prosperità di una società diminuisce in maniera inesorabile, ricorda MAURO ARTIBANI

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Immagine di repertorio (Foto: LaPresse)

Sei sicuro? Sicc’asò! Dice: «Un prodotto terminato offre da quell’istante uno sbocco ad altri prodotti per tutta la somma del suo valore. Difatti, quando l’ultimo produttore ha terminato un prodotto, il suo desiderio più grande è quello di venderlo, perché il valore di quel prodotto non resti morto nelle sue mani. Ma non è meno sollecito di liberarsi del denaro che la sua vendita gli procura, perché nemmeno il denaro resti morto. Ora non ci si può liberare del proprio denaro se non cercando di comperare un prodotto qualunque. Si vede dunque che il fatto solo della formazione di un prodotto apre all’istante stesso uno sbocco ad altri prodotti» (A Treatise on Political Economy, Jean-Baptiste Say, 1803)

Oddio, ‘na legge. A me me pare ‘n azzardo! Così dicheno a Roma, disse Nando mentre andava a fare la spesa. Poi tra i denti: A me manco m’annava de falla. Poi ce ripensa: Ennò, nun te poi tirà ‘ndietro, ‘sta legge funziona solo se tu compri sinnò nun vale. E c’hai ragione, c’hai: se a me numme serve de falla e ‘nserve manco all’artri, la somma der valore, che dice Say, se svaluta. Si, more! Er denaro nun l’ha generato, chi c’hà lavorato nun viè pagato e nun lavorerà manco a rifalla.

‘N accidente, artro che “l’offerta crea la domanda”; altro che, come disse ‘na vorta J, Mill, «la produzione di merci crea ed è l’unica e universale causa che crea un mercato per le merci prodotte». Ennòssignore, ar mercato ce serve chi venne, ma pure chi compra e chi compra deve avere er bisogno de fallo e i sordi pe’ fallo, sinnò chi deve venne, a chi venne? Capito Cocco: l’offerta pò pure crea’ ‘a domanda, ma si nun ce stà nissuno a risponne che cavolo de mercato è? Essì, quann’è così o ‘sta merce tà sbatti, o paghi chi nun pò pagà pe’ compra’. Credetece, o conosco Ciccio, si paghi compra eccome, magari pe’ passione, pe’ emozione, pure pe’ fa esperienza. ‘Nsomma, Isso fa quello che sa fà meglio, così tu venni, poi rifai ‘a merce, fai lavorà a Gente. ‘A paghi er giusto pe’ rifa’ ‘a spesa.

Già, si tutto gira e così gira, va bene pe’ tutti! ‘Nce credete? Ve sento dì: ma che stai a dì! Sto a dì quello che me riccontava mi Nonna, ‘na favola antica (Bernard de Mandeville, La favola delle api. 1705). ‘A diceva così: Ti racconto la storia di un prospero alveare dove le api vivevano nel lusso e negli agi. Un giorno alcune cominciarono a lamentare il loro stile di vita poco virtuoso, e di conseguenza rifuggirono dalla loro avidità e stravaganza. Man mano che le api abbandonavano la loro propensione al lusso e alla spesa, scompariva rapidamente anche la prosperità dell’alveare stesso. Se le persone spendessero di più, avrebbero di più.

Secondo la saggezza popolare il modo migliore per prosperare era attraverso il risparmio, non attraverso la spesa. Tuttavia, se le persone avessero comprato di più, si sarebbe instaurato un circolo virtuoso di cui tutti avrebbero beneficiato. Ci sarebbero stati più impieghi, salari più elevati, crescita dei profitti, un miglior tenore di vita.

Essì, mi Nonna parlavo de fino! Hai capito hai: sta robba l’hanno scritta quasi cent’anni prima de quello che ha scritto er Sor Say e ducent’anni da Mill. Me sa che nun c’avevano na Nonna che jè raccontava. Io, che nun so’ e so’ pure micco, dopo più de trecento ancora ma’ ricordo.



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