EURO-CRAZIA/ Il parametro che ci condanna alla manovra aggiuntiva

- int. Luigi Campiglio

L’Italia, nonostante il miglioramento della propria finanza pubblica, dovrà fare la manovra aggiuntiva chiesta dall’Ue. LUIGI CAMPIGLIO ci spiega per quale ragione

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Jean-Claude Juncker (LaPresse)

Il Pil dell’Italia nel 2016 è probabilmente cresciuto più del previsto, la conferma la si avrà il 1° marzo, mentre il debito pubblico è stato inferiore alle stime. Tutto questo potrebbe far pensare a un miglioramento dei parametri di finanza pubblica utili a evitare la manovra correttiva chiesta dalla Commissione europea. Ma a quanto pare Bruxelles non farà passi indietro. Lo conferma anche Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano, spiegando che «dietro agli zero virgola di correzione che vengono chiesti c’è un marchingegno mostruoso che sulla carta è puramente tecnico, ma che finisce poi per diventare fortemente politico. Questa cosa è poco conosciuta, ma sarebbe il caso la si divulgasse, perché è un preclaro esempio di burocrazia molto stupida».

Professore, ci spieghi di quale “marchingegno mostruoso” sta parlando.

Questi numeri sulle correzioni ai conti pubblici, che sembrano così esatti, precisi, accurati, dipendono da una misura economica che si chiama output gap. Detto in parole povere, si tratta della differenza tra quel che un Paese sta producendo, il suo Pil effettivo, e quello che potrebbe produrre. Non si tratta di una misura contabile, ma deriva da un calcolo particolarmente elaborato, che potrebbe anche essere interessante sul piano accademico, ma nel momento si creano situazioni di scontro fra paesi è chiaro che è semplicemente poco responsabile attribuire a un esercizio tecnico e accademico un valore politico così fondamentale.

Ma chi decide questo parametro?

Questa misura fondamentale per la gestione della finanza pubblica e il coordinamento europeo è discussa da tecnici dei vari paesi membri. Cè un gruppo di lavoro, l’Output Gap Working Group, che si riunisce a Bruxelles per discutere di questa metodologia rigidissima che viene applicata e che poi a cascata influisce su vincoli, parametri, ecc. È un modo di affrontare questioni delicate e serie in modo molto grossolano. Che non fa altro, purtroppo, che accreditare e rinforzare le critiche di chi dice che a Bruxelles ci sono solo dei burocrati.

Un altro esempio di eurocrazia?

Beh, i calcoli dietro questo parametro sono a dir poco cervellotici. E tutta questa macchina così complessa dipende da Werner Röger, che sovrintende come un monarca a questa delicatissima procedura da cui dipendono una serie di zero virgola in tutti i paesi.

Può farci un esempio di come questo output gap influisce sui parametri del nostro Paese?

Faccio un esempio concreto: Bruxelles considera l’Italia in condizioni di equilibrio occupazionale, quindi con un pieno impiego delle risorse potenziali, se il tasso di disoccupazione è al 12%. Quindi noi siamo già, secondo Bruxelles, in piena occupazione. Il che è assurdo. Il fatto è che noi abbiamo messo in Costituzione il pareggio di bilancio. Ed è Bruxelles a calcolare il nostro giusto saldo di finanza pubblica corretto per il ciclo economico.

Il nostro Paese non può protestare, non può far nulla di fronte a questa situazione?

Il ministro dell’Economia ha fatto cenno a questo problema, in Italia c’è un gruppo di lavoro che farà presente questi aspetti. Pare però che a Bruxelles non ne vogliano sapere.

 

Dobbiamo quindi rassegnarci alla manovra correttiva. Intanto sta però tornando a galla il dibattito sulle privatizzazioni per ridurre il debito pubblico. Lei cosa ne pensa?

In linea teorica possono esserci dei casi in cui converrebbero, ma finora le privatizzazioni nel nostro Paese sono state delle svendite: in passato a compiacenti imprenditori che adesso vivono di rendita, mentre ora privatizzare significa vendere pezzi preziosi della nostra industria, della nostra economia. Non sono quindi così favorevole alle privatizzazioni, anche se probabilmente saremo obbligati a farle da meccanismi perversi come quello dell’output gap. 

 

(Lorenzo Torrisi)

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