SPILLO/ Moretti, per l’addio a Leonardo non serve il “caso Viareggio”

- Sergio Luciano

Mauro Moretti potrebbe non essere confermato alla guida di Leonardo. Per SERGIO LUCIANO ciò dovrebbe avvenire non per la condanna rimediata per l’incidente ferroviario di Viareggio

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Mauro Moretti verso laddio a Finmeccanica (LaPresse)

Simpatico come un cactus, meno affabile di un porcospino. Della sua antipatia ha fatto una bandiera, una griffe. Mauro Moretti, quasi-ex amministratore delegato della Finmeccanica – che con scelta incomprensibile, a dispetto delle spiegazioni, ha preteso di ribattezzare “Leonardo” – sembra un character da film americano di second’ordine, il manager-cattivissimo-me tutto tagli, staffile e denti digrignati, protetto da risultati aziendali che sulla distanza si fatica a capire se siano proprio buoni quanto sembrano. Una carriera tutta italiana, tra Cgil e gruppo Ferrovie dello Stato, ingigantita come in un visore da realtà aumentata col passaggio al vertice della più grande holding industriale a controllo pubblico, appunto la Finmeccanica.

Ora, per quanto il suo consiglio d’amministrazione gli abbia obbedientemente riconfermato l’incarico nonostante la condanna a 7 anni per la strage ferroviaria di Viareggio, vede a rischio l’agognata riconferma. Il miglior Renzi, uno che lo batte in strafottenza e arroganza – e ci vuol molto! -, lo riconfermerebbe a dispetto dei giudici, ma è tutt’altro che sicura la sua riconferma nel ruolo da parte del più prudente Gentiloni. Dovesse però perdere la poltrona per Viareggio, Moretti sarebbe da difendere: perché la strage toscana – nonostante una condanna clamorosa ma di primo grado e quindi rivedibile – è l’unica colpa per la quale il manager non andrebbe rimosso, almeno non ora. Prima, come fu nel caso Thyssen, andrebbe chiarito – e in primo grado pare non sia accaduto – se davvero ha colpe soggettive nella dinamica di quel mostruoso incidente.

La domanda di fondo, con buona pace di una Borsa come sempre “corto-terminista”, è invece se la gestione Moretti abbia risanato la Finmeccanica o le abbia scavato la fossa. Certo, oggi il gruppo capitalizza in Borsa il doppio di quando Moretti è arrivato (da 3,6 a 6 miliardi). Ma guidato da un manager che non parla (o non parlava) inglese e non possiede in alcuna misura la dote indispensabile ai capi di un simile gruppo, cioè le relazioni internazionali, non sembra più in grado di competere adeguatamente nel mondo come invece, pur se tra alterni risultati, aveva fatto nei precedenti vent’anni.

Chi si somiglia si piglia, e il maleducato di successo residente a Pontassieve aveva scelto Moretti nonostante i mille inviti alla prudenza piovutigli sulla scrivania proprio per “l’affaire” Viareggio. E l’incarico di breve termine – vendere Ansaldo Breda, per 36 milioni a dispetto dei 2 miliardi di portafoglio ordini e del gioiello Frecciarossa 1000 appena lanciato – Moretti l’ha compiuto. Poi ha falcidiato i vertici del gruppo, divisionalizzandolo e accentrando tutti i poteri nelle sue mani: ottenendo bei risparmi per l’azienda, ma impoverendone le competenze. E accentrare poteri su materie tanto tecniche e diversificate è sempre un bel rischio. Che a volte può costare tanto: come nel caso Avio, dove Finmeccanica – che ne controlla l 14% – poteva ricomprarsi tutto dal fondo inglese Cinven che ne ha l’81%, ma ha preso tempo, Avio ha incassato nuove pingui commesse pubbliche e ora ha visto accrescere il suo costo potenziale. Oltre ai rapporti non più idilliaci con un cliente-chiave come la Boeing.

Il tutto, con questo costante piglio da Marchese del grillo – “io so’ io, e voi non siete un c***o” – che Moretti sfoggia sempre, palesemente autocompiacendosene. I tanti detrattori che questa sua rudezza spinta fino alla maleducazione e questa gratuita tendenza a maltrattare il prossimo gli hanno generato spesso rievocano la curiosa consecutività fra la carriera da dirigente sindacale in Cgil che lo vide diventare segretario nazionale del settore trasporti e poi dirigente delle Ferrovie, con una almeno apparente contaminazione da prima Repubblica che Moretti ha sempre smentito con sdegno, ma che resta un passaggio antiestetico della sua storia. Ma neanche questo è il capo di accusa che ha senso.

Il senso strategico, quello che non si è visto nel triennio morettiano in Finmeccanica, è il vero punto debole del neocondannato per Viareggio. Dovrebbe essere su questa debolezza, e non su una sentenza di primo grado, che il governo farebbe bene a riflettere prima di rinnovare la fiducia all’uscente. Che tra l’altro giovincello non è: sta per compiere 64 anni e dunque, come dire, il meglio l’ha già dato: non sembra indispensabile aspettare che dia il peggio stando al vertice.

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