SPY FINANZA/ La guerra in arrivo tra Washington e Berlino

- Mauro Bottarelli

Trump ha usato toni duri contro la Germania e uno scontro tra Berlino e Washington non è da escludere. Le conseguenze potrebbero essere molto forti, spiega MAURO BOTTARELLI

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Wolfgang Schaeuble con Angela Merkel (LaPresse)

Guardate i due grafici a fondo pagina. Il primo ci mostra l’ultimo sondaggio condotto in Francia relativo alle intenzioni di voto nella fascia di età 18-35 anni per le presidenziali della prossima primavera e, come vedete, il candidato della destra gaullista Fillon sta pagando non poco lo scandalo relativo ai “contributi” erogati a moglie e figli, qualcosa come 1 milione di euro di soldi pubblici. Il secondo, invece, ci mostra come l’aumento dei consensi a favore di Marine Le Pen si già stato prezzato dai mercati: la linea rossa ci mostra come il premio di rischio che gli investitori chiedono per detenere bonds francesi rispetto al Bund è salito ai massimi dal 2014, mentre la linea blu ci dice che l’azionario francese è ai minimi da 30 anni rispetto alla controparte tedesca. Per dirla in soldoni, la cosiddetta Europa core o “asse renano” sta andando in pezzi. Ma attenti, perché è l’intera eurozona che sta per esplodere. 

Non a caso, l’altro giorno Mario Draghi in persona ha lanciato l’allarme: ci vuole più Europa, senza troppo badare al tornaconto dei singoli Paesi. Divisi, siamo deboli. Ricordava infatti il presidente della Bce: «Come abbiamo visto durante la crisi finanziaria un’integrazione finanziaria incompleta crea vulnerabilità ed è a rischio frammentazione». Ma di quale Europa parla il presidente della Bce, quella dominata da Berlino o quella che dovrebbe dire a Berlino che è ora di finirla con l’atteggiamento da primo della classe? Nel silenzio totale dei media asserviti al potere finanziario, infatti, venerdì scorso il rendimento del bond a 10 anni greco è schizzato letteralmente alle stelle, mentre la Borsa di Atene si è schiantata del 3%: effetto Trump? No, effetto Troika. 

Venerdì mattina, infatti, il solito Wolfgang Schaeuble ha sentito il bisogno di ricordare ai greci che i creditori di Atene non sbloccheranno nuove tranche di aiuti, se il governo non terrà fede alle promesse fatte. Ovvero, se non assesta il colpo finale all’economia ellenica. Parliamo della stessa Germania che ha innescato la crisi di Atene per salvare le proprie banche (insieme a quelle francesi) e che ora si sta comprando per un tozzo di pane dieci scali aeroportuali ellenici perfettamente risanati: quando diremo a Berlino che la festa è finita? Sono passati due anni dal terzo salvataggio greco e siamo alle solite: Atene non può permettersi più austerity, ovvero portare a termine gli obiettivi fiscali concordati entro il 2018 e la Troika, capitanata dai falchi tedeschi, torna a minacciare. E non pensiate che questa crisi latente ci metterà molto a esplodere. Lunedì prossimo si terrà infatti il board del Fmi e la questione ellenica sarà sul tavolo come primo problema: stando ai calcoli (mediamente errati, basta vedere il cronico ricorso a revisioni delle stime), Atene potrà raggiungere un surplus solo dell’1,5% del Pil nel 2018, a meno che non adotti nuove misure subito e si generi un effetto di sollievo sul debito. 

Peccato che nel report preparatorio alla riunione, il Fmi dica anche altro. Ovvero che il debito ellenico è «altamente insostenibile» fin da ora e raggiungerà il 275% del Pil entro il 2060, nonostante tre riprofilazioni dello stesso, a meno che i prestiti verso Atene non vengano significativamente ristrutturati. Senza i primi tre salvataggi, la ratio debito/Pil della Grecia oggi sarebbe tra il 400 e il 500%.

Le stime del Fmi sono pesantemente peggiori e più pessimistiche di quelle dei Paesi creditori dell’eurozona, di fatto mettendo un serio paletto alla possibilità di un nuovo salvataggio. Stando alla review, se non si troverà un accordo, il debito greco arriverà al 160% del Pil nel 2030, ponendosi nella traiettoria esplosiva prima menzionata, ovvero un giapponese 275% nel 2060. Ora, quanto pensate che la Grecia potrà andare avanti prima di bussare alla porta di Cina o Russia per risolvere il suo problema debitorio strutturale? Sapete cosa significherebbe a livello geopolitico? L’Ue si sta sgretolando. In compenso, negli ultimi 5 anni il surplus di conto corrente tedesco (un dato che include la bilancia commerciale) è quasi raddoppiato, arrivando a 256,1 miliardi di euro nel 2015. E Berlino non venga ora a vendere la balla degli investimenti e dei consumi interni, perché questa dinamica è presente solo da un anno e ora sta offrendo la scusa della fiammata inflazionistica per la bolletta energetica, tanto per mettere sotto pressione la Bce con il programma di Qe. 

Prima del 2016, la Germania non stimolava nulla: esportava unicamente con il bazooka garantitogli dallo stesso Mario Draghi che ora critica, perché i tassi negativi colpiscono le banche tedesche e la loro profittabilità. L’euro debole permesso dal Qe e sfruttato per l’export non ha però fatto schifo a Berlino, o sbaglio? Sicuri che convenga restare agganciati al treno di questa Europa, ora che gli Stati Uniti hanno chiamato in causa direttamente la Germania per dumping monetario, insieme a Cina e Giappone? Davvero ritenete impossibile una guerra commerciale tra Washington e Berlino? 

Stando alla legislazione statunitense, gli Usa possono introdurre salvaguardie temporanee per proteggere le proprie industrie minacciate da un certo tipo di export, ovvero da comportamenti distorsivi. Queste salvaguardie, però, possono colpire solo le importazioni, non nazioni specifiche e in caso Trump si muovesse lungo questi binario, Berlino chiederebbe immediatamente l’intervento del Wto. Washington può però operare un single out sull’import tedesco, se riuscisse a dimostrare che questo viene supportato da politiche manipolatorie a livello monetario e di politica economica: sarebbe un azzardo enorme, un precedente assoluto. Ma non mi sento di escludere che Trump possa perseguire la carta dei dazi sull’export tedesco, lasciando invece invariati i termini relativi alle esportazioni dell’eurozona (con il Regno Unito è già in atto un dialogo serrato per un accordo bilaterale in vista del Brexit dall’Ue). 

Se questo accadesse, Berlino reagirebbe cercando di aumentare il suo appeal verso il consumatore americano, mettendolo in guardia sulle conseguenze della mosse del suo comandante in capo. Una mossa simile significherebbe aumenti tariffari sui prodotti tedeschi che andrebbero a impattare sui prezzi che i consumatori Usa pagano per gli stessi. Inoltre, Berlino potrebbe ricordare che molte aziende tedesche, incluse Bmw, Volkswagen e Siemens, hanno divisioni negli Stati Uniti che garantiscono occupazione a molti cittadini americani, oltre a usare prodotti dell’indotto statunitense all’interno della catena di fornitura. 

La battaglia sarebbe epocale: se Trump arrivasse a questo, ovvero a mettere in discussione il modello economico tedesco basato principalmente sull’export, significherebbe garantire agli altri movimenti che si ispirano al presidente Usa l’arma per poter dire che la globalizzazione è il male e il protezionismo, invece, funziona. 

La Germania è letteralmente terrorizzata dall’avvento e dal possibile successo delle forze cosiddette “populiste” nelle importanti tornate elettorali di quest’anno (Olanda, Francia e Germania stessa), non tanto per la loro politica di destra su immigrazione e sicurezza, ma per il fatto che rappresentano una minaccia al mantenimento dell’euro, la pietra angolare su cui si basa il successo dell’export tedesco: capite ora l’odio della prima ora di Angela Merkel per Donald Trump e la sviolinata verso Berlino fatta da Barack Obama nel discorso di addio? E attenzione, perché solo due giorni fa il probabile ambasciatore Usa presso l’Ue – di fatto il negoziatore di Trump con l’Europa -, Ted Malloch, ha parlato in maniera molto criptica: «La sola cosa che vedo possibile nel 2017 è shortare l’euro, perché penso che non sia solo una valuta in difficoltà ma che abbia un problema reale e che potrebbe di fatto collassare nell’arco di un anno o un anno e mezzo». 

Proprio sicuri che sia ancora il caso di affidarsi all’Ue nella discussione con la nuova amministrazione Usa e che non sia meglio avviare qualche contatto bilaterale più serio e strutturato? La Germania si è forse posta problemi fino a oggi nel fare i suoi porci comodi, sfruttando il surplus e l’export? Se voi credete alla solidarietà europea fate pure, io credo alla legge della sopravvivenza. Perché è di questo che stiamo parlando, se non lo avete capito. 

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