I NUMERI/ Pil e Bce, i disastri nascosti in Europa

- Giovanni Passali

La scorsa settimana sono usciti dei dati interessanti sull’andamento dell’economia europea. I quali mostrano luci e ombre nei vari paesi. Il commento di GIOVANNI PASSALI

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Mario Draghi (LaPresse)

La scorsa settimana sono usciti i dati sull’andamento dell’economia europea. I quali mostrano luci e ombre e mi hanno fatto venire in mente un mio commento dato durante un intervento in diretta a Radio Vaticana. Infatti, il 9 febbraio sono stato invitato a commentare la rassegna stampa come esperto di economia (anche se ovviamente, commentando le diverse notizie, abbiamo parlato un po’ di tutto). A un certo punto la giornalista, mi pare con un tono un pochino apprensivo, mi ha chiesto: “Ma non ci sono segnali di un cambio di rotta?”. La domanda è comprensibile, perché se si dovesse dar retta al tono di quotidiani, telegiornali e radio, ci sarebbe da dire: abbiamo avuto la crisi, ma ora ne stiamo uscendo; abbiamo ancora dei problemi, ma ora dobbiamo impegnarci ad agganciare la ripresa che un po’ dappertutto sembra emergere. La realtà, purtroppo, è ben diversa (e i miei lettori più affezionati lo sanno bene). Dallo scoppio della crisi, le banche non hanno smesso di operare nel mondo finanziario, rovinandosi o influenzando rovinosamente la finanza. Tutti sanno che i mercati finanziari sono gonfiati da un eccesso di moneta, ma cos’hanno fatto le istituzioni per tenere sotto controllo questo problema? Niente di fatto. Gli unici interventi in materia sono stati fatti dalla Bce, che è intervenuta con il bazooka di Draghi che con continui interventi per aumentare la liquidità, cioè ha di fatto ingigantito il problema.

Per tornare al mio intervento radiofonico, ho risposto (circa al minuto 23 della registrazione) che i segnali positivi ci sono, non c’è dubbio: ma questi purtroppo non contraddicono il quadro negativo e di fronte a questo i pochi segnali positivi non cambiano la sostanza del problema, cioè il dominio della finanza sull’economia e pure sulla politica; ho detto letteralmente: “se oggi il problema è lo spread (risalito recentemente) e non la disoccupazione giovanile (secondo l’Istat recentemente risalita a oltre il 40%), vuol dire che ancora oggi il quadro economico e politico è dominato dai mercati finanziari”.

Ora vediamo pure i dati più recenti, usciti il 14 febbraio: il Pil della zona Euro è cresciuto dello 0,4% su base trimestrale (in calo rispetto al precedente 0,5%) e dello 1,7% su base annuale (in calo rispetto al precedente 1,8%). Quindi il quadro generale è comunque negativo. Ma vediamo anche gli altri dati: il Pil della Germania è in calo rispetto al precedente, quello trimestrale cresce dello 0,4% (il precedente era 0,5%) e quello annuale cresce dell’1,2% (quello precedente era 1,7%); anche il Belgio ha una crescita calante, dello 0,5% il trimestrale (0,8% il precedente) e dello 2,3% l’annuale (era 2,4% il precedente). Nullo invece il dato italiano, con il 1,1% come dato annuale (1,1% il precedente); e positivo il dato portoghese con +1,9% annuale (era al 1,6% il precedente). Messa così, sembra che abbiamo dei dati altalenanti in Europa. Ma ragionandoci un attimo, si comprende bene che in Europa il Portogallo e la Germania non hanno lo stesso peso. E il risultato negativo del Pil a livello europeo è la logica conseguenza.

Di fronte a questi dati, come hanno titolato i giornali? Cos’hanno detto i politici? “Ottima notizia, maggiore rialzo del Pil dal 2010, quando il Pil era al 1,7%”. Da allora, infatti, il Pil ha avuto questa serie di risultati di anno in anno: +0,6%, -2,8%, -1,7%, +0,1%, 0,7%, fino all’attuale +0,9% del 2016 (secondo l’Istat, invece +1,1% secondo Eurostat). Sommando queste percentuali (partendo dal +1,7% del 2010 fino a oggi) si ha un totale di -0,5%, ma questo dato è totalmente ingannevole a causa delle percentuali. Il risultato deve essere conteggiato usando i valori assoluti. Partendo allora da 100 e calcolando le variazioni percentuali di anno in anno si ha il risultato finale: 99,42, quindi un calo che sfiora il 0,6%. Ma il confronto con il debito pubblico rende ancora più chiaro il quadro. Nel 2010 era a 1843 miliardi, oggi siamo ben oltre 2200 miliardi, cioè circa 400 miliardi in più, con un aumento rispetto al 2010 superiore al 20%. Quindi il calo oggettivo del Pil negli ultimi 8 anni è stato contenuto con un forte aumento del debito (altrimenti il calo del Pil sarebbe stato superiore). E questo vuol dire spostare il problema nel tempo, aumentandolo e senza risolverlo.

Ma non è un problema italiano, perché in tutta Europa il Pil ristagna sempre più e il debito aumenta in modo esponenziale, insieme alla disoccupazione. Questo è il risultato reale delle politiche monetarie della Bce e dell’inazione delle altre istituzioni, che hanno lasciato che la Banca centrale europea esercitasse un potere eccessivo e senza alcun controllo.

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