BORSA/ La battaglia tra Londra e Francoforte che l’Italia ha già perso

Il processo di aggregazione tra la borsa di Londra e quella di Francoforte sarebbe sul procinto di fallire. Una vicenda che deve far riflettere, spiega PAOLO ANNONI

01.03.2017 - Paolo Annoni
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Il processo di aggregazione tra la borsa di Londra e quella di Francoforte sarebbe sul procinto di fallire e a meno di miracoli, che non si vedono all’orizzonte, la fusione annunciata quasi un anno fa non avverrà mai. Ricordiamo che questo era il terzo tentativo di fusione sull’asse Londra-Francoforte. La fusione sarebbe saltata perché il London Stock Exchange si sarebbe rifiutato di accogliere le richieste dell’antitrust europeo; che avrebbero riguardato proprio la cessione del 60% di Mts la piattaforma di Borsa italiana su cui si scambiano i titoli di stato europei.

In molti si sono chiesti come mai una fusione di questa importanza, annunciata un anno fa e fallita altre due volte, sia caduta per il rifiuto di cedere una partecipazione che rappresenta una parte esigua dei ricavi titoli della borsa di Londra e ancora di meno di quelli che avrebbe generato il nuovo gruppo. Si è ipotizzata una resistenza del “regolatore” italiano ad accettare di essere inglobato in un gruppo così grande con un nuovo “padrone” tedesco. Sono tutte ipotesi prese in considerazione, ma la scuola di pensiero più gettonata tra i commentatori è che l’affare sia naufragato per forti resistenze politiche.

In sostanza la borsa di Londra avrebbe usato il pretesto delle richieste dell’antitrust europea, su una partecipata di peso marginale, per tirarsi fuori dall’accordo. Questo appariva già complicato prima del referendum sulla Brexit; entrambi i sistemi Paese avrebbero dovuto rinunciare a quote di “sovranità” sostanziale nel nuovo gruppo rispetto alle posizioni di partenza mettendosi in mano ad amministratori delegati che parlano lingue diverse o accettando un trasferimento della sede e della clearing house. Il virgolettato finito sulla prima pagina del Financial Times di un anonimo, arrabbiato, soggetto coinvolto nella fusione è emblematico “i politici hanno ottenuto quello che volevano”.

La “borsa” non è un dettaglio secondario nell’ampio insieme di “sistema Paese” o di sovranità sostanziale, tanto più nell’Europa post Brexit e pre-elezioni, in cui la competizione tra stati si gioca sulla capacità di fare sistema e di far fronte a sfide che sono insieme economiche e politiche. L’Inghilterra che ha rivendicato la libertà dall’Europa non può accettare di condividere il controllo di un asset strategico con la Germania a poche settimane dall’inizio delle trattative su nuovi accordi commerciali e politici.

Il presupposto non detto di questo epilogo è ovviamente che la bandiera che sventola su certe attività non sia indifferente per i destini economici di un Paese, per la sua sovranità e per la sua capacità di fare politica industriale per i propri interessi. Metterlo nero su bianco è sempre antipatico, esattamente come quando il sistema inglese ha protetto le sue aziende strategiche energetiche senza una dichiarazione o un comunicato stampa, ma facendo arrivare forte e chiaro il messaggio che offerte americane non erano benvenute.

La sostanza però non cambia. La bontà di certe scelte non si misura in trimestri, ma in anni e lustri e i mancati guadagni di oggi si confrontano con i dividendi politici e di politica industriale dei prossimi dieci o venti anni; oggi uno cede a un partner europeo, che già fa concorrenza sleale, e domani si ritrova senza poter dire niente “in casa” un estraneo.

L’Italia in tutto questo è soggetto passivo perché la sua di borsa l’ha lasciata vendere in cambio di qualche plusvalenza che ha abbellito un trimestre per qualche banca. Così oggi decide un Paese che tra qualche mese sarà extraeuropeo e dall’altra parte del tavolo delle trattative europee; l’alternativa era un partner europeo, molto amico, con la bandiera tedesca. Come da copione certe scelte non si misurano con il metro dei trimestri. 

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