SPY FINANZA/ Banche e nomine, il peggio deve ancora venire

- Mauro Bottarelli

In Italia, dice MAURO BOTTARELLI, ci si indigna tanto per le nomine nelle partecipate dello Stato, ma non ci si accorge di altri fatti che avvengono a livello europeo

Palazzo_Chigi_Lapresse
Palazzo Chigi (Lapresse)

Non so se avete letto i quotidiani di domenica, sembrava che in Italia ci fosse stato un golpe. Ad agitare gli animi, le nomine delle aziende a controllo statale: Eni, Enel, Leonardo (ex Finmeccanica), Poste, Terna. Insomma, la “ciccia” del potere e dell’economa italiana, per capirci. L’accusa, ovviamente, è sempre la stessa: Matteo Renzi ha lottizzato quelle nomine, piazzando suoi uomini nei posti chiave. Certo, alcune scelte sono quantomeno bizzarre: ad esempio, se si dava per certo l’addio di Mauro Moretti a Leonardo dopo la condanna per il disastro ferroviario di quando guidava FS, appare degno del teatro dell’assurdo di Ionesco che il suo posto venga preso dal sempre verde Alessandro Profumo, uno che non ha brillato nemmeno nel suo campo, salvo per le buonuscite e che ora dovrebbe essere uno specialista del ramo aerospaziale. E che dire dell’addio di Francesco Caio alle Poste, dopo aver ottenuto risultati più che dignitosi: paga la questione del mancato acquisto di Pioneer? Fatemi il piacere, il nodo Amundi reggerebbe se stessimo parlando del Regno Unito, qui siamo in Italia: per lo standard medio dei manager del nostro Paese, Caio meriterebbe il Nobel per l’economia. Insomma, il solito can can politico-mediatico. 

Peccato per una questione, forse di lana caprina: chi sta salendo in sella, chi è stato nominato, è soltanto il curatore testamentario di ciò che resta del nostro sistema economico, perché ormai siamo davvero ai titoli di coda di una pantomima durata fin troppo. Vi spiego perché e lo faccio mettendo in prospettiva un rischio sistemico dell’eurozona che, con il passare del tempo, sta sostanziandosi: se e quando la Bce comincerà a rallentare la politica di stimolo monetario, il sistema bancario europeo affronterà sfide sempre più gravi e serie. Non ultima, il rischio di collasso. Non ci credete? Beh, è di ieri la notizia che Deutsche Bank, quindi non una delle quattro banchette locali salvate dal governo Renzi, pur di salvarsi la ghirba darà vita all’aumento di capitale da 8 miliardi con uno sconto del 35%. Si tratta della quarta operazione del gruppo che, dal 2010 a oggi, ha già chiesto al mercato circa 30 miliardi di euro. Ora forse avete capito. 

Partiamo da un dato, ovvero quello delle sofferenze bancarie o non-peforming loans, una delle zavorre peggiori del sistema bancario europeo: a livello continentale hanno un controvalore di 1 triliardo di euro, circa il 5,4% di tutti i prestiti erogati, e la loro ratio è tre volte tanto quelle di qualsiasi altra regione del mondo. Su base nazionale, la questione spaventa ancora di più. Attualmente 10 su 28 Stati dell’Unione hanno una ratio di Npl sul totale di oltre il 10%: l’Irlanda al 15,8%, l’Italia al 16,6%, il Portogallo al 19,2%, la Slovenia al 19,7%, la Grecia al 46,6% e Cipro al 49%. Capito bene: Atene e Nicosia, economie già salvate più volte, vedono la metà circa dei loro prestiti bancari in stato di tossicità potenziale. 

E che dire del nostro Paese con i suoi 350 miliardi di non-performing loans, un terzo dell’intero stock di sofferenze europeo: come abbiamo risolto la questione? Non l’abbiamo risolta, visto che i due fondi creati ad arte per operare come bad banks, Atlante e Atlante II, equivalgono finanziariamente ad andare a combattere con una spatola da burro contro uno armato di machete: i soldi non bastano, ogni volta che si tampona una falla, ne salta fuori un’altra e si torna da capo. O aumento di capitale – e le banche non intendono operarne altri – o la nascita artificiale di un nuovo fondo: di fatto, stiamo avvicinandoci al burrone a passo di carica. I prezzi continuano a deteriorarsi per gli assets delle banche in difficoltà, rasentando spesso – quando si usa un criterio il più possibile conforme al mark-to-market e al fair value – nemmeno i 40 centesimi sull’euro, roba da svendita: non a caso, Intesa San Paolo e Unicredit stanno rivedendo il loro impegno in Atlante, di fatto operando una politica di abbandono dell’intervento privato nel salvataggio del sistema. Senza fondi freschi per salvare le banche più deboli, il sistema va in stallo. 

E sapete cos’è successo nel weekend, mentre i giornali si stracciavano le vesti per le nomine nelle aziende controllate? Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza hanno gettato la spugna e chiesto una ricapitalizzazione precauzionale da parte dello Stato. Peccato che, perché una ricapitalizzazione precauzionale possa essere concessa dalle autorità centrali europee, siano necessarie due condizioni: primo, le due banche, una volta risolti i problemi di capitale, siano in grado di sopravvivere, ovvero fare utili operativi; secondo, che lo Stato in tempi ragionevoli recuperi il 100% della somma prestata. E cosa significa questo secondo punto? Che ogni perdita attuale e prevedibile che mini il capitale debba essere prezzata prima dell’intervento dello Stato e riversata sugli stakeholders, ovvero nell’ordine su azionisti, obbligazionisti subordinati, obbligazionisti senior e, infine, correntisti sopra i 100mila euro. 

E qual è la situazione delle due banche? Abbiamo 1,2 miliardi di obbligazionisti subordinati e 3 miliardi di bond senior: i primi sono ormai sul patibolo, ma i secondi? Ovviamente, per adesso si getta acqua sul fuoco, ma attenzione a cosa decide l’Europa, ovvero chi detta le regole per davvero. A febbraio, infatti, il vice-presidente della Bce, Vitor Constancio, ha parlato della creazione di una nuova classe di bad banks con garanzia statale, le quali dovrebbero aiutare a comprare sofferenze e, quindi, a eliminare parte degli Npl che sono ormai in putrefazione nei bilanci degli istituti. Di fatto, ciò che aveva già proposto l’Eba attraverso il suo presidente, Andrea Enria. In cosa si sostanzia? Le banche dell’eurozona venderebbero le loro sofferenze a una compagna di asset management a un prezzo che rifletta il reale valore economico, quindi al di sotto del book value, ma al di sopra del prezzo attualmente prevalente in quelli che sono mercati illiquidi per quel tipo di securities. Di fatto, le banche facilmente andrebbero incontro a perdite ulteriori. A quel punto, l’asset manager avrebbe tre anni per vendere quelle sofferenze a investitori privati, il tutto attraverso un processo che prevede una garanzia degli Stati membri su ognuna delle banche che trasferisce assets alla compagnia di gestione, di fatto un warrant sull’equity di ogni istituto. Questo proteggerebbe la compagnia di gestione rispetto al rischio di future perdite dovute al fatto che il prezzo di vendita finale degli Npl sia inferiore al prezzo iniziale di trasferimento. 

Insomma, un’operazione simile permetterebbe di superare le resistenze che si sostanzierebbero operando a livello dei vari Stati membri, permettendo alle banche di continuare a prezzare gli Npl a una media di 40 centesimi sull’euro, anche se il valore determinato attualmente dal mercato appare inferiore: ma chi pagherà la differenza tra il prezzo di mercato e il prezzo che le banche riceveranno alla fine per le loro sofferenze cedute? Ma i contribuenti Ue, chi altro!? E attenzione, perché nonostante la Germania stia non poco nicchiando, fonti europee citate dalla Reuters dicono che l’Eba spera di finalizzare l’operazione entro la primavera. La stessa Ue in un documento, ha definito lo sviluppo di un mercato secondario per gli Npl «una priorità». Di fatto, siamo alla versione europea del Tarp, il quale prevederebbe – una volta che le banche avranno scaricato dai bilanci i loro crediti deteriorati – «fusioni tra gli istituti europei e un’ampia ristrutturazione dei settori bancari». 

Insomma, se l’Eba andrà spedita e otterrà il via libera, migliaia di detentori obbligazionari e forse anche azionisti di banche europee nei guai, verranno salvati con soldi pubblici: ovvero, denari dei contribuenti che non hanno alcuna responsabilità nella mala gestio che ha portato le banche sull’orlo del precipizio, grazie alla crisi, ma anche – e soprattutto – a prestiti allegri verso grandi gruppi in nome del capitalismo di relazione. E cosa avremo, come ulteriore lascito? Un sistema finanziario ancora più concentrato, consolidato e interconnesso destinato soltanto a essere più prono nei confronti di abusi, corruzione ed eccessi. Ma tranquilli, indignatevi pure per la nuova nomina di Alessandro Profumo. 

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