SPY FINANZA/ I numeri che danno ragione a Trump contro l’Obamacare

- Mauro Bottarelli

Trump è deciso a cancellare l’Obamacare e per questo viene criticato anche al di fuori degli Usa. MAURO BOTTARELLI spiega perché il Presidente ha ragione nella sua battaglia

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Donald Trump (LaPresse)

Il weekend appena concluso si è caratterizzato per quattro avvenimenti: le celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma e i fiumi di retorica che le hanno accompagnate, la visita del Papa a Milano, la vittoria della Ferrari e la sconfitta parlamentare di Donald Trump sull’abolizione della riforma sanitaria voluta dalla precedente amministrazione, la cosiddetta Obamacare. Quest’ultimo argomento ha visto i soloni del politicamente corretto andare in sollucchero, negli studi televisivi le risatine sono andate a ruba e già qualcuno preconizzava la fine anticipata di The Donald, lasciandosi andare a pietose apologie dei bei tempi che furono. Come da sua consuetudine, Trump non ha tirato troppo in lungo la faccenda e, anzi, ha tagliato corto: «Obamacare esploderà da solo, poi i Democratici torneranno per trattare». Vero? Falso? Una cosa è certa: chi brinda alla sconfitta dei Repubblicani, non sa nemmeno cosa sia l’Obamacare. Io mi limito a darvi prima qualche cifra e poi a mettere in prospettiva la faccenda, il tutto su dati presi dal New York Post, testata che certo non è stata tenera in campagna elettorale con l’attuale presidente Usa.

Sul finire dello scorso anno, le compagnie assicurative hanno pubblicato il prospetto relativo ai costi dei premi sulle assicurazioni sanitarie legate al programma governativo: bene, in Virgina la Anthem Inc. e la Carefirst BlueCross BlueShield hanno prospettato aumenti rispettivamente del 15,8% e del 25%, mentre in Oregon la Providence Health Plan, il soggetto principale a livello statale per quello che di fatto è diventato un arbitrato sulle coperture sanitarie, prevede ritocchi all’insù del 29,6%. Ma non basta, perché un altro primario assicuratore come la Moda Health Plan Inc. ha già comunicato ai clienti un aumento del 32,3%, questo dopo un +25% dello scorso anno, mentre il Kaiser Foundation Health Plan della Northwest si limita a un +14,5%.

Insomma, la situazione è fuori controllo: tanto che la gran parte di chi si è registrato nel programma negli ultimi tre anni – è in vigore da sei – sta pagando le penali pur di uscirne, visto che costa meno rispetto a rate e premi. Il grafico a fondo pagina mette in prospettiva la situazione. È questo il sistema universalistico voluto da Barack Obama che le anime belle di tutto il mondo difendono? O forse l’Obamacare serviva ad altro? A partire dal 2015, le spese sanitarie sono state quelle che hanno inciso maggiormente sul budget dei cittadini americani: più delle spese per la casa o il cibo o il carburante o altro. E, soprattutto, le spese obbligatorie legate al programma Obamacare sono state un meraviglioso moltiplicatore keynesiano del Pil: ricordate il +5% del terzo trimestre 2015, il dato che portò Barack Obama a dichiarare che si trattava del «tasso di crescita economica più rapido da oltre una decade» e che fece partire i trenini in redazione a Repubblica? Bene, andate a vedervi il dato scorporato per settori di spesa: la sanità ha pesato per i due terzi, di fatto garantendo l’intero miglioramento economico raccontatoci da quella revisione al rialzo da record.

Nell’aprile del 2015 erano 15 milioni gli americani registrati nel programma per vedersi garantita la copertura, saliti a 23 a fine anno a 31 milioni nel 2016: un’epidemia, più che un piano sanitario. E, infatti, le spese legate al comparto – ripeto, obbligatorie, non legate a una volontà discrezionale – continueranno anche negli anni a venire a stracciare il dato del Pil: se la loro crescita è stata del 4,7% tra il 2013 e il 2015, le proiezioni per il 2016-2023 parlano di un 6,1% annuo. In parole povere, il miracolo economico di Barack Obama, quello che ci è stato spacciato come tale da chi oggi ride per la bocciatura al Congresso e rimpiange Hillary Clinton, è stato fondato unicamente su massicce iniezioni di steroidi di spesa statale: la quale, come spesso accade quando si eccede, poi presenta il conto. In questo caso, sotto forma di premi che vanno alle stelle.

Ma c’è di più che non vi dicono, visto che il 90% di chi utilizza Obamacare è anche percettore di aiuti federali: al netto di questo, il report della Cbo parlava di sussidi legati al programma sanitario destinati a crescere fino al 2 triliardi di dollari entro il 2025, il tutto a fronte di tasse e penali legate al programma che fanno introitare allo Stato “solo” 640 miliardi di dollari: insomma, prepariamoci a più spesa statale e a pressioni rialziste sui tassi di interesse. Inoltre, un flusso senza fine di nuovi pazienti garantito dalle spese statali può essere buono, con le sue spese obbligatorie, per il settore medico e per il dato del Pil, ma è destinato a drenare introiti da altri settori dell’economia, di fatto non permettendo al Pil di raggiungere il suo potenziale: uno studio della University of Chicago condotto dall’economista Casey Mulligan stima che l’Affordable Care Act ridurrà il Pil del 5% sul lungo termine, proprio a causa dei suoi off-set negativi sull’economia generale. Inoltre, le spese folli di Obamacare possono essere sopportate da corporations e grandi aziende, ma non da piccole e medie imprese, di fatto andando a colpire anche il dato occupazionale Usa.

Alla fine del 2015, quando di parlava del miracoloso 5,7% di disoccupazione, la Gallup certificava che negli Stati Uniti il numero di lavori a tempo pieno come percentuale della popolazione adulta era al tasso allarmante del 44%: mai così in basso da quando veniva tracciato il dato. E perché? Semplice, Obamacare pretende che per ottenere la copertura il datore di lavoro debba impiegarti per 30 o più ore alla settimana: e cosa fanno piccole e medie e aziende costrette a combattere con profitti marginali? O licenziano i dipendenti a tempo pieno in favore di eserciti di precari part-time o trasformano i contratti, facendoti lavorare – anche solo figurativamente – meno delle 30 ore richieste: il resto, in nero. Stranamente, il dato relativo ai contratti registrati con monte ore appena inferiore alle 30 ore settimanali è salito a dismisura dopo l’entrata in vigore dell’Obamacare. Inoltre, stando a un sondaggio della National Federation of Independent Business, su 900 aziende contattate il 26% a fine 2015 stava congelando o tagliando i salari dei dipendenti per far fronte alle spese ulteriori legate all’Obamacare. Guarda caso, il dato relativo all’apertura di nuove aziende nella primavera del 2016 toccò i minimi da 35 anni.

Ecco perché Trump e i Repubblicani vogliono cambiare l’Obamacare, non per cancellare il sistema universalistico, ma perché si tratta di una bomba innescata nei conti statali e nel cuore dell’economia reale Usa: ma gli anti-Trump per ideologia e postura, questo di certo non lo capiscono. Forse, perché nemmeno lo sanno. A loro basta ridacchiare e darsi di gomito nei talk-show. Come facevano prima del referendum sul Brexit. O prima delle presidenziali statunitensi. Attenti a non aver più niente da ridere la sera del 23 aprile: si sa, non c’è due senza tre.



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