SPY FINANZA/ La mossa di Draghi che serve all’Italia

- Mauro Bottarelli

Con un’inflazione che si avvicina al 2%, crescono le pressioni sulla Bce. Per MAURO BOTTARELLI l’Italia deve sperare che Mario Draghi prosegue con le politiche accomodanti

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Mario Draghi (Lapresse)

Il Rubicone del 2% è stato raggiunto – e anche varcato, in Germania -, quindi la prossima settimana il board della Bce sarà chiamato alla prima, vera prova di tenuta rispetto alle pressioni tedesche riguardo la politica espansiva: insomma, la battaglia entra nel vivo. Stando a dati preliminari di Eurostat, infatti, l’inflazione dell’eurozona ha toccato nel mese di febbraio il 2%, per la prima volta dal gennaio 2013. Il dato provocherà una nuova discussione nel consiglio della Banca centrale europea: formalmente si è superato l’obiettivo dell’Eurotower è di restare in un range «al di sotto ma vicino al 2%». È vera inflazione? No, è una fiammata. Pericolosa. 

Nell’area euro, infatti, ancora nel novembre scorso l’inflazione era allo 0,6%, salvo poi salire all’1,1% a dicembre e all’1,8% a gennaio, un trend quasi incontrollato da attribuirsi quasi interamente al rialzo dei prezzi dell’energia e degli alimentari, questi ultimi vittime delle gelate invernali. L’inflazione core, depurata dall’effetto di questi fattori più volatili, a febbraio è rimasta allo 0,9%, come a gennaio, ed è stagnante da diversi mesi. Alla luce di questo, il consiglio della Bce opterà con ogni probabilità giovedì prossimo per mantenere invariata la politica monetaria, nei fatti già in fase di rimodulazione, visto che a partire dal mese di aprile l’Eurotower ridurrà gli acquisti mensili di titoli da 80 a 60 miliardi di euro, con una decisione presa alla fine dello scorso anno ed è impegnata a continuare il cosiddetto Qe fino alla fine del 2017. Senza scordare che l’istituto di Francoforte ha già affermato più volte di voler guardare oltre ai dati mensili per individuare una tendenza più stabile di risalita verso l’obiettivo. 

Anche se nei prossimi mesi l’inflazione dovrebbe mantenersi alta, sia la Bce, che la prossima settimana presenterà le sue nuove previsioni macroeconomiche, sia la Bundesbank, ritengono che tornerà a scendere verso la fine dell’anno, una volta esaurito l’effetto del rialzo del prezzo del petrolio. È più probabile che una discussione vera e propria sullo stimolo monetario, e su cosa fare da dicembre in poi, avvenga dopo l’estate, una volta che vengano individuate anche le ripercussioni sull’inflazione interna, dove le pressioni sono per ora modeste ma potrebbero crescere nei prossimi mesi. Tanto più che con la disoccupazione nell’eurozona ferma al 9,6% e 15 milioni di persone senza lavoro, è improbabile un rimbalzo immediato dei salari, i cosiddetti effetti di secondo grado cui la Bce guarda con attenzione. 

Questo, se restiamo in un quadro di analisi lucida della realtà sottostante ai meri dati macro. Ma il raggiungimento del 2% e il suo superamento in Germania (dove, stando ai dati diffusi mercoledì, l’inflazione ha toccato a febbraio il 2,2%) è destinato però ha causare nuova polemiche, soprattutto da parte tedesca, contro la Bce In un anno elettorale già di per sé molto teso, si moltiplicheranno non solo le accuse di furto ai danni dei risparmiatori delle Landebanken attraverso i tassi d’interesse a zero, ma anche di aver fatto ripartire l’inflazione, vero tabù per l’opinione pubblica tedesca, ancora oggi legata pavlovianamente al ricordo di Weimar. 

Da par suo, in un discorso tenuto a Lubiana, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha affermato che le previsioni d’inflazione 2017 potranno essere riviste al rialzo di uno 0,5% circa per la Germania e forse per l’eurozona, ma ha sostenuto che è probabile un ritorno a tassi d’inflazione più bassi entro la fine anno, in quanto le pressioni inflazionistiche interne sono relativamente basse al momento. Inoltre, Weidmann ritiene che la politica monetaria accomodante della Bce sia «appropriata» al momento, anche se ci sono opinione diverse sul grado di stimolo necessario. E non solo in Germania. La risalita dell’inflazione anche a livello europeo (attualmente +1,8%) ha infatti spinto il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, ad attaccare il programma di Qe, sostenendo di fronte al Parlamento di Bruxelles che l’eurozona «deve prepararsi alla fine dell’aiuto che la Banca centrale europea le ha fornito e i tassi bassi, perché l’inflazione si sta riavvicinando verso l’obiettivo del 2%». 

Se, stando al falco Dombrovskis, sta per finire la politica accomodante perseguita da Francoforte in questi anni, «non bisogna neanche prendere decisioni frettolose, ma tenere sempre in considerazione l’impatto sulla stabilità dei Paesi membri», menzionando in particolare quelli con debito pubblico elevato, come l’Italia, i più a rischio se il quadro attuale, che assegna di fatto rischio zero ai titoli di Stato detenuti dalle banche, cambiasse. Di più, da Oltreoceano, Standard & Poor’s ha lanciato previsioni poco esaltanti sul nostro Paese: «Il settore bancario e l’incertezza politica potrebbero ostacolare la ripresa dell’economia e degli investimenti». Per questi motivi, l’agenzia di rating prevede per l’Italia una crescita del Pil modesta, pari all’1% all’anno nel 2017 e nel 2018. 

C’è poi il fronte interno di questa fiammata inflattiva, visto che per le famiglie italiane fare la spesa è ovviamente costato di più in febbraio. In particolare, i rincari del petrolio (+12,1% su base annua), dei prodotti alimentari (+8,8%) e soprattutto a causa del maltempo della verdura (+37,3%) fanno schizzare a febbraio l’inflazione su base annua all’1,5%, triplicando il dato di dicembre (+0,5%): un risultato analogo non si verificava da marzo 2013. Lo rivela l’Istat nelle stime preliminari precisando che se è vero che la deflazione si allontana, l’indice nazionale dei prezzi al consumo rispetto a gennaio di quest’anno è cresciuto dello 0,3%: a rafforzare l’inflazione ci si mette pure l’accelerazione della crescita dei prezzi dei trasporti (+2,4% da +1 di gennaio). 

Ma attenzione, soprattutto, a ciò che vi dico da sempre: l’importanza fondamentale del Qe non sta tanto nel calmierare i costi del servizio del debito attraverso la compressione artificiale dello spraed o nella crescita in sé della prospettive inflazionistiche, quanto nella capacità di garantire finanziamento sicuro, illimitato e pressoché a costo zero alle aziende europee attraverso il programma di acquisti obbligazionari corporate, vera e propria cinghia di trasmissione alternativa del credito rispetto all’ingessato sistema bancario. E attenzione agli squilibri che si annidano nei dati relativamente positivi della nostra economia, come comunicati dall’Istat: la spesa delle famiglie è cresciuta di quasi l’1% per il secondo anno di seguito nel 2016, dopo una lunga recessione, gli investimenti si sono ripresi e persino la spesa pubblica, per la prima volta da anni, si è dimostrata un fattore espansivo. 

Cosa significa questo? L’Italia dell’alto debito pubblico e delle banche cariche di crediti incagliati oggi cresce grazie al suo motore a combustione interna. Reggerà una tale dinamica? Una cosa è certa, quest’ultima è stata alimentata unicamente o quasi dagli sgravi fiscali alle famiglie: se si stima il bonus da 80 euro come taglio alle tasse, il calo della pressione tributaria dal 2013 è dell’1,3% del reddito nazionale. In sostanza, sono stati impiegati in tagli alle tasse (in gran parte per le famiglie) i risparmi sugli interessi sul debito che oggi esistono grazie agli interventi della Bce. E se qualcuno scherzasse con il fuoco della fiammata inflattiva e cominciasse a mettere seriamente in dubbio la politica dell’Eurotower? 

Una cosa conviene dirla chiara: se vogliamo cercare un via d’uscita credibile, la Bce dovrà annunciare dopo l’estate l’intenzione di andare avanti con le politiche non ortodosse anche almeno per metà 2018. Lo confermano i numeri: per l’Italia, il costo del debito pubblico in interessi passivi è di circa il 3,7%, mentre la somma di crescita reale del debito e inflazione non arriva al 2,5%. Siamo su un crinale molto, molto sottile. Draghi non si faccia intimidire. E il governo sfrutti al massimo questa finestra di condizioni positive senza precedenti. 

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