IL CASO/ L’ideologia da evitare su Uber e co.

- Gianfranco Fabi

La disintermediazione, come dimostra il caso di Uber, cresce. Con i suoi pro e i suoi contro. È quindi importante comprendere bene i cambiamenti, come ricorda GIANFRANCO FABI

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È la punta di un iceberg di cui non è possibile comprendere le vere dimensioni: parliamo del fenomeno Uber, la piattaforma di scambio per servizi di trasporto che è diventata il simbolo della grande trasformazione digitale della società in cui viviamo. Contro Uber si sono schierati innanzitutto i tassisti che hanno visto minacciato un mercato in cui, non senza ragioni, lavoravano da tempo in esclusiva. Non senza ragioni perché in quasi tutte le città europee (e non solo) il servizio taxi è sottoposto a limitazioni, licenze, esami e patenti con tariffe fissate dall’alto e di cui è garantito il rispetto da parte di tutti. 

Si tratta quindi di un mercato particolare in cui l’efficienza del servizio dipende più dalle scelte delle amministrazioni che dall’effettiva possibilità di confronto tra la qualità e il prezzo. Con una difficile ricerca di un equilibrio tra i tassisti da una parte, che vorrebbero che fosse limitata al massimo la concessione delle licenze in modo da avere un mercato garantito e con il massimo di redditività (meno taxi ci sono più corse può fare ciascun taxi), e i cittadini dall’altra che chiedono un servizio sempre disponibile, rapido e poco costoso. Un equilibrio difficile perché nei giorni di particolari eventi, così come quando piove, i taxi sono sempre difficili da trovare, mentre può capitare nei giorni tranquilli di vedere lunghe code di taxi fermi ai posteggi. 

Nella sua versione più radicale (Uberpop), la piattaforma permetterebbe a chiunque di offrire il proprio servizio con tariffe che possono essere concordate di volta in volta. Nella sua versione più limitata Uber è uno strumento per chi opera già nel settore, come gli Ncc, il noleggio con conducente, per rendere immediato il contatto tra domanda e offerta nel rispetto delle regole. Ma, come detto, Uber è la punta di un iceberg che si chiama “disintermediazione”, un fenomeno che riguarda uno spettro molto vasto dei rapporti economici e sociali, un fenomeno che è altrettanto difficile quanto necessario comprendere e regolare in modo da moltiplicare i vantaggi e non solo per creare delle barriere.

La disintermediazione coinvolge già fortemente il sistema bancario, dove le operazioni allo sportello sono ormai sostituite in gran parte dall’home banking, così come i settore delle agenzie di viaggio, dell’informazione, della politica, della sanità e molti altri. Si parla ormai di Uberization, ed è questo il titolo del libro (ed. Egea, pagg. 180, euro 19,90) che Antonio Belloni, consulente aziendale e saggista, dedica a questa nuove dimensione con l’obiettivo di dettare alcune istruzioni per l’uso perché “uno strumento utile non diventi un’ideologia”.

Il problema di fondo è proprio questo: come tutte le innovazioni tecnologiche anche Uber può dare grandi vantaggi, ma può essere usato anche per fare terra bruciata e spostare in basso la qualità dei prodotti e dei servizi, inaridendo lo stesso mercato che si vorrebbe invece esaltare. Perché il mercato più efficiente è quello che rispetta le regole, che offre garanzie di qualità e di continuità, che blocca i monopoli, che garantisce la libertà non solo dei consumatori, ma anche dei produttori.

Le barricate contro il nuovo sono battaglie perse in partenza e che rischiano di creare più danni di quelli che si vorrebbe evitare. Nell’era degli smartphone non si può obbligare nessuno a usare le cabine telefoniche, che infatti stanno sparendo dalle nostre strade. Ma proprio l’era degli smartphone può facilitare quell’economia della condivisione (la sharing economy) che può moltiplicare la disponibilità di beni e servizi riducendo notevolmente i costi. Non è uno spreco e un costo il fatto che in media un’automobile stia ferma per il 90% del tempo?

Ci vuole quindi una giusta via di mezzo tra l’esaltare e il demonizzare ogni innovazione. 

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