BANCHE E POLITICA/ L’ultima figuraccia di Renzi sulle popolari

- Sergio Luciano

Matteo Renzi, con una lettera pubblicata ieri da “Il Sole 24 Ore”, è tornato a parlare di banche e del suo decreto sulle popolari. Il commento di SERGIO LUCIANO

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Matteo Renzi (Lapresse)

Stupefacente Renzi. Impermeabile alla gragnuola di astio, critiche e disaffezione che ha scandito come una trionfale marcia del gambero le sue ultime settimane, l’ex premier ha perso ieri un’altra buona occasione per manifestare decoroso silenzio intervenendo su Il Sole 24 Ore sull’argomento che più di ogni altro, se avesse un briciolo di prudenza, il suo stesso ego dovrebbe suggerirgli di trascurare: le banche. E l’ha fatto dicendo in sostanza che il suo governo avrebbe “salvato il sistema creditizio italiano perché ha riformato le banche popolari, vera causa di tutti i mali bancari del Paese”.

Immediata ed esplosiva la reazione degli interessati, i banchieri popolari superstiti alla riforma attraverso i vertici della loro associazione di categoria. Ma prima di tutto, riepiloghiamo le bordate renziane. In sostanza l’ex premier – nonché ancora per un po’ segretario del Pd – Matteo Renzi ha detto che “le perdite aggregate lorde di esercizio delle sole prime dieci banche popolari italiane nel periodo 2011-2016 hanno quasi raggiunto cumulativamente i 20 miliardi di euro. Una cifra enorme. Senza considerare la altrettanto enorme perdita di valore sopportata contemporaneamente dagli azionisti di diversi istituti, in particolare le due Popolari venete non quotate”. Poi ha aggiunto una serie di spazzolate contro la formula gestionale delle popolari. E quindi si è vantato del fatto che “la riforma delle Popolari scardina il potere di rendita dei potentati locali e tutela i risparmiatori garantendo i depositi, oltre che i posti di lavoro dei dipendenti delle banche stesse”. Il campione della nuova casta gigliata che si atteggia di nuovo a rottamatore…

Nella migliore tradizione fiorentina, come quel Ser Ciappelletto che Giovanni Boccaccio volle porre a protagonista della prima novella del suo Decameron, Renzi ha magicamente voltato la frittata e, da peccatore qual è stato metaforicamente proprio sul fronte bancario, si è erto a virtuoso risanatore. Una faccia tosta stellare.

Le cose stanno ben diversamente, e per fortuna: perché se l’Italia avesse dovuto derivare dalla riforma delle Popolari le poche chance di ripresa del sistema creditizio che le restano, sarebbe stata ben fresca. Al contrario: le Popolari erano e sono per molti versi il “pezzo” più sano di quel sistema. E lo dicono i dati. A fronte del vero bubbone creditizio italiano, il Monte dei Paschi di Siena con i suoi 30 miliardi circa di sofferenze, la sua ricapitalizzazione privata impossibile tentata proprio da Renzi per suggerimento interessato del suo impresentabile amico Jamie Dimon di JpMorgan, impallidiscono perfino i due maxi-buchi di Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca, tra tutte e due risanabili con una decina di miliardi. E tre delle quattro banche che Renzi, sul Sole, definisce “minori” delle quali il suo governo dispose in fretta e furia, di domenica, la “risoluzione”, vendute a 1 euro e con le loro sofferenze ancora da collocare, erano ex-casse di risparmio, non popolari. Banca Etruria, l’unica popolare delle quattro, era stata cogestita a lungo dal padre della pasionaria renziana Maria Elena Boschi.

Il presidente dei banchieri popolari italiani, Corrado Sforza Fogliani, ieri ha commentato la stupefacente esternazione renziana ricordando di aver chiesto lui, più volte e pubblicamente, che “l’istituenda Commissione bicamerale di inchiesta attualmente all’esame del Senato si occupi anche della riforma delle Popolari. Prendo atto con favore che l’ex premier è d’accordo e non ho quindi dubbio alcuno che si formi sulla proposta un’ampia convergenza parlamentare”. I dati di fatto, e i numeri veri noti agli esperti e trascurati da Renzi, dicono cose ben diverse. Le difficoltà di bilancio non sono state una privativa delle Popolari, e lo comprovano i pesantissimi aumenti di capitale attuati per necessità assoluta da banche società per azioni, come Unicredit a Carige. Dieci anni di crisi economica hanno messo in ginocchio l’Italia, con un Pil piombato giù di oltre il 6% e una produzione industriale di oltre il 20% in dieci anni. È stata questa la causa che ha perforato di buchi i bilanci della banche italiane, tutte, e non solo le Popolari che anzi, come sistema, hanno fatto meglio della media. Aiutando tra l’altro i propri territori, messi a dura prova dalla recessione.

A vanvera, Renzi invoca una supposta “mancata riforma” delle Popolari ai tempi di Ciampi, il quale al contrario ne prescrisse la quotazione in Borsa che consacrò “all’onor del mondo” quella categoria creditizia. E anche nel 2012 il governo Monti prescrisse molte innovazioni alle Popolari: che quindi riformate lo erano state, e si sarebbero meglio autoriformate se la maldestra legge Renzi, oggi bloccata dai ricorsi davanti alla Consulta, non avesse vanificato il lavoro di autoriforma in corso a opera di tre saggi ciascuno dei quali vale sette volte il consigliere economico medio del Palazzo Chigi renziano, gente come Angelo Tantazzi, Piergaetano Marchetti e Alberto Quadrio Curzio. 

E poi, come si dice a Roma, “le chiacchiere stanno a zero”. I dati cumulati di bilancio dimostrano che, in fatto di patrimonializzazione, la media delle Banche Popolari Cooperative per il Core Tier 1 ratio è pari al 15,6%, contro la richiesta prudenziale europea del 7%, e il Total Capital ratio è del 16,4% contro un corrispondente obbligo europeo del 10,5%.

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