FINANZA/ 2011, la verità sull’Europa che non interessa più all’Italia

- Paolo Annoni

L’assoluzione delle agenzie di rating a Trani ha riportato a galla gli eventi del 2011, su cui ancora si parla molto, ma solamente all’estero. Il commento di PAOLO ANNONI

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Silvio Berlusconi

L’assoluzione delle agenzie di rating da parte della procura di Trani è una notizia probabilmente scontata; quello che non è scontato è che gli eventi del 2011 ritornino a essere periodicamente d’attualità. Le vicende che hanno portato alle dimissioni di Berlusconi, ultimo presidente del consiglio eletto, all’arrivo di Monti e all’applicazione dell’austerity europea con i suoi effetti devastanti hanno alimentato nelle prime fasi ricostruzioni che venivano bollate come “fantafinanza” e “fantapolitica”; poi sono arrivati i libri scritti da protagonisti insospettabili come l’ex segretario del Tesoro di Obama che dava conto, chiarissimamente, di un complotto di alcuni leader europei, e della Germania in particolare, per far cadere Berlusconi e infliggere all’Italia l’austerity. I giudizi impietosi su quell’austerity, applicata in quel modo e in quella fase, sono poi arrivati sul Financial Times e sul Wall Street Journal come esempio non solo della stupidità di certe ricette economiche, di cui vediamo gli effetti in Grecia, ma persino dell’asimmetria e dello sbilanciamento dei rapporti di forza all’interno dell’Europa.

L’ultima tappa è questa; l’altro ieri in un editoriale a firma Alan Johnson del New York Times, un quotidiano notoriamente populista, si sostenevano le seguenti tesi: in Europa non c’è democrazia e le sue istituzioni non hanno rappresentanza democratica; “la moneta, il mercato unico e il patto di stabilità impongono politiche di deregulation, di privatizzazioni, contro il lavoro, regimi fiscali regressivi, tagli al welfare e finanziarizzazione e le mettono oltre la volontà popolare”; la moneta unica è un cappio per intere regioni europee che non possono né svalutare, né uscire dalla stagnazione perché obbligati dall’austerity a contrarre l’economia. Infine, la conclusione: i governi nazionali eletti sono alla fine estromessi e rimpiazzati da tecnocrati compiacenti come hanno scoperto Berlusconi e Papandreou.

A neanche sei anni dagli eventi del 2011 si dà per scontato che l’unica lettura possibile di quegli eventi sia uno scontro in seno all’Europa fatto da alcuni stati membri contro altri stati membri la cui colpa, in sostanza, era quella di voler mettere in discussione un sistema che li vedeva ingabbiati e strutturalmente perdenti. Il sistema è quello di oggi che sta permettendo alla Germania di accumulare surplus colossali, mentre i Paesi periferici sono costretti a reagire alle crisi non con politiche espansive, ma con ulteriori strette; un paradigma alla fine del quale non solo c’è la crisi economica nera, come in Grecia, ma una perdita totale di sovranità politica in favore dei Paesi creditori che accendono o spengono la Banca centrale europea a seconda che negli stati debitori ci sia il governo “giusto” o quello sbagliato.

La crisi del debito italiano del 2011, quella dello spread a 500 e degli inviti del Sole 24 Ore a “fare presto”, è rientrata in tre mesi grazie alla Bce che ha cominciato ad agire il giorno dopo le dimissioni di Berlusconi e l’arrivo di Monti. Oggi è chiaro a tutti che senza l’austerity i conti pubblici italiani sarebbero migliori; in pratica l’austerity fatta in modo violento come l’Europa ha voluto ha messo l’Italia in una condizione di ulteriore subalternità e l’ha resa impotente di fronte alla colonizzazione delle sue imprese. Di tutto questo sui giornali italiani non c’è quasi traccia e per trovare queste ricostruzioni bisogna leggere il New York Times o il Financial Times, che non si preoccupano nemmeno più di rientrare nei canoni del politically correct mettendo insieme Papandreou e Berlusconi non per i loro meriti o demeriti politici, ma in quanto espressione, adeguata o completamente inadeguata questo non importa, degli interessi sostanziali del loro Paese; interessi che erano confliggenti non con l’Europa ma con questa Europa, “l’Unione europea”, che diventa ogni giorno che passa lo strumento in cui alcuni membri impongono la loro volontà su altri membri e i loro interessi contro altri interessi, al punto che la sovranità di alcuni stati è ormai, nella sostanza, puramente simbolica: basta un colpo di accelerazione dello spread nella distrazione della Bce e tutti rientrano nei ranghi.

Oggi tutto tace perché tra un mese ci sono le elezioni francesi e non si può rischiare una caduta in un Paese che con l’Europa ha un saldo molto meno negativo di quello italiano. Finite le elezioni francesi l’Italia, con la sua disoccupazione giovanile al 40%, farà la manovra lacrime e sangue che le viene imposta (ma l’Europa non contribuisce al 100% nemmeno per le spese del terremoto) e poi si rimetterà con fiducia cieca al commissario di turno per tutelare le sue imprese, che sono diverse da quelle tedesche o francesi, nelle trattative con il Regno Unito e gli Stati Uniti. Poi qualcuno ha perfino il coraggio di dire che la Brexit è solo un rigurgito populista se non addirittura “fascista”. Un cittadino inglese, di questo regime “fascista”, può ancora decidere di votare per uscire dall’Europa; quello italiano no, perché come noto nell’Europa liberale e democratica i trattati europei non possono essere aboliti da un referendum e probabilmente, come dicono molti in Europa, nemmeno con un voto dei parlamenti nazionali. Si arriverà alle rivoluzioni, quelle che appaiono all’orizzonte in Grecia, di Paesi che però nel frattempo hanno già perso tutto. 

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