FINANZA/ Italia e derivati, le balle ancora dure a morire

- Giovanni Passali

Mentre si parla di ripresa economica, non si dice tutta la verità sui derivati e sui confronti che si fanno tra l’Italia e altri paesi come la Spagna, dice GIOVANNI PASSALI

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Lapresse

A volte mi pongo il problema di dare una descrizione della realtà economica troppo pessimista. Però poi torno a guardare i freddi numeri e mi pongo il problema contrario, cioè quello di non riuscire a far capire quanto è grave la situazione, soprattutto in un contesto nel quale quasi tutti i media e i protagonisti della scena politica ed economica continuano a spargere ottimismo. Indubbiamente per rimboccarsi le maniche l’ottimismo è una componente importante. Ma per risolvere davvero i problemi è ancora più importante guardare in faccia alla realtà, altrimenti si rischia di faticare tanto per non ottenere nulla. Inoltre, il compito e il dovere di informare adeguatamente in materia è ancora più pressante, se il tentativo costante di chi ha il potere è quello di spargere menzogne. Allora rivediamo alcune di queste situazioni.

Capitolo derivati. I lettori devono sapere che i derivati sono comunque rischiosi, perché a fronte di una certa cifra impegnata, l’effetto leva moltiplica i potenziali guadagni e perdite. L’effetto leva dipende dal broker che permette l’uso di tali derivati e tipicamente questo è pari a 100. La cosa importante da capire è che con un guadagno di un certo titolo o indice dell’1%, a causa dell’effetto leva il guadagno per l’investitore è pari al 100%. Ma lo stesso vale per le possibili perdite. L’altra cosa da capire è che l’effetto leva è tipicamente pari a 100, ma come detto dipende dal broker: vi sono broker che offrono leve pari a 500, 800 o addirittura 2000.

Questo però accade sui mercati regolamentati, quelli dove i valori sono noti in tutto il mondo secondo per secondo. Vi sono invece altri mercati, non regolamentati, dove vengono comprati e venduti i cosiddetti “derivati Otc” (Over the counter). Il prezzo di tali derivati è il frutto di contrattazioni private tra banche e investitori e la fluttuazione di tali prezzi non può essere nota, perché dipende anche da singole clausole che si possono attivare a seconda di altre condizioni. Il valore di tali contratti può essere solo stimato ed è del tutto aleatorio. Ebbene, tutte le maggiori banche hanno in bilancio quantità enormi di tali derivati. E per enormi intendo oltre 500 mila miliardi di dollari a livello mondiale, cioè quasi 8 volte il Pil mondiale. 

Io spero che a questo punto sia chiaro un concetto molto semplice: tutte le discussioni sul tagliare le tasse, riformare le istituzioni, favorire le privatizzazioni, combattere l’evasione, combattere la corruzione, ecc., possono avere un valore in se stesse (se davvero lo hanno), ma non per il problema della crisi finanziaria. Tutte queste cose possono incidere per una frazione del Pil, ma il problema dei derivati Otc è pari a otto volte il Pil. Se non si risolve quel problema, tutto il resto è fiato sprecato per problemi di dimensione quasi irrilevante. E siccome la capacità delle banche di investire somme tanto rilevanti dipende dalla loro possibilità di creare il denaro dal nulla, è proprio a questo livello che occorre intervenire: o togliendo loro questo potere o mettendolo sotto il controllo di autorità statali.

Invece ancora oggi, dopo tutto quello che è successo, dopo otto anni di crisi e tentativi goffi e maldestri di agganciare una ripresa che non c’è e non ci può essere, ci tocca ancora leggere interviste come quelle rilasciate da Lorenzo Bini Smaghi al settimanale Panorama. Anzitutto due parole sul personaggio. Ex membro esecutivo della Bce, attualmente è presidente di Societe Generale (tra i maggiori gruppi bancari francesi) e presidente di ChiantiBanca; è stato anche economista al Servizio Studi della Banca d’Italia. Da sempre convinto sostenitore dell’euro, tanto che nel 2014 pubblica il libro “33 false verità sull’euro”.

Ebbene, nell’intervista a Panorama Bini Smaghi si permette di concludere affermando che “rispetto al 2011 la Bce ha varato un nuovo strumento di intervento, l’Omt (interventi illimitati), ma per poterne beneficiare il Paese deve sottoporsi a un programma di risanamento concordato con le istituzioni europee. Era ciò che era stato proposto all’Italia a fine 2011, ma l’Italia rifiutò, pensando fare da sola con un governo tecnico. La Spagna invece andò alle elezioni e poi accettò la proposta, risanò il sistema finanziario, fecce le riforme e ora sta avanti a noi nella ripresa economica”.

Ora sorvoliamo pure sulla fantasiosa ricostruzione di Bini Smaghi dei fatti del 2011 e di quanto è successo dopo (sia in Italia che in Spagna) e andiamo al sodo dei risultati. Come fa a dire Bini Smaghi che ora la Spagna sta avanti a noi? Beh, sicuramente si riferisce al fatto che il Pil spagnolo, secondo gli ultimi dati, è al 3% per il 2016 (3,2% il dato del 2015) dopo aver visto per anni il segno meno (come noi). Ma davvero la Spagna sta meglio di noi grazie alle privatizzazioni? Davvero è tutto oro quello che luccica? Come stanno gli altri indicatori dell’economia? Per facilitarne la lettura li ho messi nella tabellina seguente.

Da questi dati risulta chiara una cosa: la Spagna sta finanziando la crescita con deficit oltre i parametri europei (che indicano un limite del 3%) e con una disoccupazione spaventosa che dall’inizio della crisi sta flagellando la fascia sociale più debole. E stiamo parlando di 3 milioni e 600 mila disoccupati su 46 milioni di abitanti, mentre in Italia sono 2,9 milioni su 60 milioni di abitanti. Senza contare la disoccupazione giovanile, un peso intollerabile per il futuro del Paese.

Inoltre, bisogna tenere conto anche del debito privato e non come fanno tutti solo del debito pubblico. Infatti, tenere conto solo del debito pubblico in rapporto al Pil vuol dire mettere in rapporto solo una metà del problema con il Pil di tutto il Paese. Se invece si tiene conto di tutto il debito (pubblico più privato) si vede che il nostro è pari al 309% del Pil, mentre quello spagnolo è pari al 315% del Pil. In altre parole, in Spagna lo Stato risparmia sulla pelle dei cittadini (famiglie e imprese) che sono costretti a indebitarsi. Ma è un risparmio dal fiato corto, tanto è vero che il deficit spagnolo è fuori controllo.

Rimane da chiedersi perché l’Europa non sanziona la Spagna, a causa del suo deficit superiore alle norme stabilite, mentre guarda con sospetto e con minacce di infrazione al nostro Paese. Forse perché noi non abbiamo ancora fatto quelle riforme che tanto piacerebbero alla speculazione internazionale e loro sì? Raccontare una mezza verità secondo me vuol dire raccontare una menzogna tutta intera.

Spagna meglio dell’Italia? Forse per investitori e speculatori, ma per la gran parte della popolazione è di gran lunga meglio l’Italia e la sua (benedetta) incapacità di attuare le riforme che ci chiede l’Europa.



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