FINANZA E POLITICA/ Ecco perché Trump ha bisogno dei dazi

- Giancarlo Pola

Gran parte dell’opinione pubblica europea non sa, dice GIANCARLO POLA, che i dazi sulle importazioni preannunciati da Trump sono solo una componente di una riforma fiscale più vasta

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Terza Guerra Mondiale, Donald Trump (LaPresse)

La gran parte dell’opinione pubblica europea non è informata sul fatto che i dazi sulle importazioni preannunciati da Trump sono solo una componente di una riforma fiscale più estesa che tocca l’imposizione sulle imprese e sta preoccupando anche una buona parte di imprenditori americani. Anche chi scrive, per raccapezzarsi sulle interrelazioni esistenti in teoria tra la suddetta riforma fiscale e l’imposizione di dazi doganali, ha dovuto riandare alla propria monografia su “Imposte indirette e commercio estero” che, oltre 40 anni fa, gli aveva valso la cattedra di Scienza delle finanze. 

Il progetto trumpiano che “cambia assolutamente tutto” (secondo un fanatico collaboratore del Presidente), e pertanto non lascia indifferenti neppure milioni di imprenditori americani, si fonda sulla Bat (Border Adjustment Tax), un tributo che incide sui flussi monetari inerenti le imprese e tassati sul principio di destinazione. In sintesi, il problema è questo. L’imposta Usa sulle società, 35% di aliquota, è tra le più alte del mondo sviluppato. Ma a causa di defaults dovuti a varie ragioni essa produce un gettito inferiore, come quota sul Pil, a quello degli altri Paesi. E in più induce molte società a “fare le furbette” per difendersi dall’Irs (Internal Revenue Service, la ” Finanza” americana). Il piano abbasserebbe l’aliquota dal 35% al 20%, eliminerebbe qualsiasi onere fiscale (“all’origine”) sulle esportazioni e imporrebbe la suddetta tassa Bat del 20% sulle importazioni. Si avrebbe dunque un interscambio tra imposizione sui profitti e imposizione sul cash flow collegato ai valori dei beni importati e venduti in Usa. 

Diversamente dall’imposta sui profitti, qui non conta dove la società ha la sede o la sua proprietà intellettuale è collocata: quello che conta è dove l’impresa vende i propri prodotti. Se li vende in America pagherà il 20% di ciò che incassa, se li vende all’estero, non pagherà nessuna corporate tax. La Bat semplificherebbe anche la lunga lista di deduzioni, ecc. previste dal codice e alle imprese verrebbe consentito di dedurre dai ricavi i costi del lavoro domiciliato negli Usa e le spese in conto capitale come i macchinari, ma non gli interessi, gli ammortamenti, e meno che mai i costi di beni importati. 

Stabilito che la tassazione in America si sposterebbe dalla produzione al consumo (come detto, dall’origine alla destinazione), poiché gli Usa consumano più di quanto producono, ciò porterebbe a un aumento dei ricavi della tassazione, che si concentrerebbe sulle società che importano grandi quantità di beni, come i retailers.

I difensori della BAT aggiungono che gli Usa sono l’unico dei G-7 che tassa i profitti overseas delle sue imprese domestiche, e quindi che la Bat, favorendo gli esportatori, farebbe del bene al Paese. Ma la linea di difesa più intrigante (per chi in accademia ha dovuto trattare l’argomento, ovviamente imperniato su formule teoriche) è che il combinato disposto “tassazione dell’import e detassazione dell’export” farebbe aumentare il cambio del dollaro. Quantomeno, si dice, così andrebbero le cose in un mondo dove i mercati funzionano perfettamente. 

Ma forse il quadro è meno roseo – sostengono gli scettici – e poi vi sarebbe sempre un periodo di attesa prima di quell’esito sperato, e durante quel periodo a sopportare gli oneri dello squilibrio sarebbero i più poveri. Tra questi i meno danneggiati dal meccanismo dei prezzi saliti a causa dei dazi sarebbero i lavoratori occupati nei settori esportatori. Ma per i disoccupati la Bat porterebbe brutte notizie. E questo è un problema per il Partito Repubblicano, perché già così gli oppositori sono numerosi, a cominciare dagli esponenti del settore retail e altri importatori, primi fra tutti Walmart e company. Il fronte anti-Bat sostiene che vi sarebbe il fortissimo rischio di cacciare fuori dal mercato i grandi big box stores, far esplodere i prezzi (dai pannolini alla frutta) e potenzialmente scatenare una guerra commerciale devastante.

I media americani avvertono che, avendo l’appoggio dei Repubblicani (che non stanno tutti dalla parte di Trump, come noto) e dei settori rappresentati da Walmart, non sarebbe difficile per i Democratici rendere impopolare l’idea di tagliare le tasse alle società per aumentarle per i poveri e le classi lavoratrici. Ma senza Bat il progetto trumpiano aumenterebbe il deficit, soluzione che verrebbe consentita solo per un massimo di dieci anni, come accadde ai tagli d’imposta di Bush.

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