RIPRESA?/ Il guasto che non fa più crescere l’Italia

- Ugo Bertone

L’Italia continua a far fatica a crescere. Una chiave di lettura interessante per capire l’origine di questa situazione arriva da Jamie Dimon, spiega UGO BERTONE

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Jamie Dimon (Lapresse)

Venti di guerra percorrono il pianeta, dalla Siria alla Corea del Nord. Terroristi che, da Londra a Stoccolma passando per San Pietroburgo, trasformano le città d’Europa in sinistre consolle per videogiochi sanguinari. In questo quadro passa in secondo piano il calo degli occupati americani nel mese di marzo. A ragione, perché il dato (98.000 nuovi posti, circa la metà delle previsioni) arriva dopo mesi molto brillanti e non frena il trend al ribasso della disoccupazione in atto da più trimestri: il 4,5% a marzo dal 4,7% di febbraio, andando così a toccare il livello più basso dal 2007.

In realtà, nei primi 100 giorni di governo la presidenza Trump ha incassato ben pochi successi sul fronte economico. Il rallentamento della crescita degli occupati va ad aggiungersi ad altri segnali, dalle vendite di auto a quelle delle case, in chiara difficoltà. Insomma, le assunzioni di questi mesi che hanno spinto le statistiche a una raffica di nuovi record (le richieste di sussidi di disoccupazione sono ai minimi dagli anni Settanta) non si sono tradotte in consumi e investimenti. A conferma che il tema del lavoro, lungi dall’essere risolto, resta un rompicapo senza soluzione.

La conferma arriva da alcune impietose notazioni di Jamie Dimon, autore di quella lettera agli azionisti di JP Morgan che insidia la popolarità del messaggio annuale di Warren Buffett. Tra le altre cose, Dimon sottolinea che qualcosa è andato storto nel rapporto tra gli americani e il lavoro. Il tasso di partecipazione della forza lavoro è sceso dal 66% al 63% dal 2008 a oggi, segnalando così l’espulsione definitiva di una parte di cittadini dalla vita economica. Un problema drammatico, soprattutto se si guarda ai giovani tra i 17 e i 24 anni che non lavorano: il 71% di loro non ha i requisiti per essere reclutato nell’esercito, sia perché privo di un’istruzione base (non sa né leggere, né scrivere), sia per motivi di salute (spesso obesità o diabete). Per superare emergenze così gravi, dice il banchiere, sarà necessario uno sforzo comune, che coinvolga il mondo del business assieme a quello politico.

È possibile analizzare la situazione italiana alla luce del metodo Dimon? Anche da noi c’è un drammatico problema di disoccupazione strutturale tra i giovani, amplificato dalla cronica stagnazione di buona parte dell’economia del Sud che contrasta con il dinamismo della ripresa della parte delle aree del Nord, Emilia e Lombardia in testa. Certo, anche da noi aumenta l’esercito dei Neet (Not in education, employment or training), insomma chi non fa nulla. E si moltiplicano le contraddizioni di un mercato del lavoro in cui domanda e offerta non s’incontrano. Come mai aumentano gli inattivi e s’allunga anche la lista dei lavori inevasi? Face4job.com, il portale italiano che con un algoritmo calcola le cosiddette vacancy setacciando gli annunci delle aziende, lo scorso anno tra gennaio e luglio, secondo quanto scrive Stefano Cingolani sul Foglio, ha censito 800 mila occasioni professionali. “Si dirà che sono lavori pessimi e mal pagati, magari in leu, la valuta rumena, come è accaduto nell’Oltrepò pavese, ma non è così, ci sono fior di aziende private e pubbliche, italiane e straniere, ospedali e regioni, chiunque può verificarlo, basta un clic. Nel campo del software, per esempio, oltre un terzo delle domande resta inevaso, secondo le indagini Unioncamere”.

E non passa settimana senza che qualche associazione professionale o artigiana non lanci un appello: mancano sviluppatori di linguaggi cibernetici, ma anche parrucchieri e informatici, elettricisti o esperti della vendita. In cima ai posti vacanti troviamo gli infermieri (comprensibile dato l’invecchiamento della popolazione), più sorprendente è che subito dopo vengano panettieri e pizzaioli. Insomma, delle due l’una: o esiste un rifiuto di massa del lavoro da parte di una generazione “viziata” (cosa assai improbabile) oppure la macchina politica e burocratica, a partire dalle agenzie che dovrebbero favorire l’incontro tra domanda e offerta, non funziona. Anzi, spesso rappresenta un ostacolo. Di sicuro, paghiamo a caro prezzo il declino delle scuole professionali e degli istituti tecnici, ma anche gli abbandoni scolastici prematuri e l’incapacità di investire n educazione: a quando l’obbligo scolastico a 16 anni?

Per valutare il mercato del lavoro di casa nostra occorre poi capire i motivi del boom dell’occupazione degli ultracinquantenni. Non è che le aziende si siano innamorate delle pantere grigie. Il fenomeno ha una doppia spiegazione: la riforma Fornero che ha allungato la vita lavorativa a scapito delle pensioni e la crescita della popolazione degli ultracinquantenni con un conseguente aumento del divario generazionale. Può essere questo il trend più preoccupante negli anni a venire. Il calo della popolazione giovane rischia di caratterizzare sempre di più il mercato del lavoro italiano con conseguenze durature per il sistema: più esperienze, ma anche meno voglia di innovare e di rischiare. E di investire, con buona pace delle prospettive di crescita. Un bel guaio per un Paese che galleggia su debiti che si possono ripagare solo con la ripresa.

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