SPILLO/ Euro e Ue, le “eresie” degli investitori scomode per i media

- Paolo Annoni

L’Europa è destinata a finire. Per i mercati questa è una certezza. Se ne parla tra gli investitori, dice PAOLO ANNONI, ma il tema resta tabù per i media mainstream

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LaPresse

Terminate le elezioni francesi, archiviata la vittoria di Macron, l’Europa continua a essere un osservato speciale per i mercati. È abbastanza incredibile la differenza di percezione che si riscontra tra gli “investitori” e il dibattito sui giornali e i media. Oggi il mercato ha già cominciato a chiedersi cosa succederà nelle elezioni francesi di giugno e come Macron potrà tirare fuori la Francia dalla crisi con mezzo Paese contro e la replica più o meno fedele delle politiche economiche degli ultimi cinque anni. Poi ci sono le elezioni italiane: oggi non si parla di politica italiana grazie ai patemi sulle elezioni francesi, ma se mai si ponesse la questione si riproporrebbero moltiplicate per dieci le preoccupazioni generate da quelle francesi. Poi ci sono le elezioni tedesche.

La questione per i mercati è chiarissima: questa Europa è destinata a finire. Se ne parla dalla Polonia, che non vuole abbandonare lo zloti neanche morta, al Portogallo, mentre la gran Bretagna è già uscita. Oggi è solo una questione di tempo, perché non solo sono evidenti a tutti le contraddizioni insanabili attuali, ma anche come si siano allargate negli ultimi cinque anni. È oltre ogni evidenza che i greci e i portoghesi non si possono permettere il marco, non usciranno mai dalla crisi con l’austerity e non si possono nemmeno permettere rialzi dei tassi. Nel 2009 c’era la Grecia, poi si sono aggiunti Spagna e Portgallo, poi l’Italia e oggi la Francia. Mezzo continente non sta funzionando e si distanzia dalla Germania ogni giorno che passa. Si può discutere all’infinito se la colpa sia “nostra” che non sappiamo essere competitivi nel modo della Germania o se l’Europa sia un modello ottimo per la Germania e non per il Portogallo e l’Italia, o un insieme delle due cose. Rimane il fatto che c’è una sola valuta, una sola banca centrale, leggi e dazi identici per Paesi molto diversi tra loro e, soprattutto, con indicatori economici che stanno divergendo oltre ogni evidenza. In questo agone l’Italia e le sue imprese competono ad “armi pari” con le imprese irlandesi con una aliquota fiscale tripla. Le cose possono solo peggiorare, a meno che qualcosa cambi.

Il tema del cambiamento necessario per l’Europa è il piatto del giorno. È un po’ meno chiaro cosa sia questo cambiamento necessario. La Grecia potrebbe stare in Europa se ci fosse una redistribuzione delle risorse all’interno di un’area che comincia a concepirsi come unita in tutto: per esempio, c’è un sussidio di disoccupazione europeo, per esempio ci sono gli eurobond, per esempio se l’Europa finanzia strade e autostrade in Grecia, per esempio se l’Europa concede alle imprese europee che vanno in Grecia dei vantaggi fiscali. Esattamente come succedeva in Italia tra nord e sud del Paese che, concependosi come unica entità, ragionava di conseguenza. Sarà un caso, ma finita l’autonomia economica italiana e demandato il tutto all’Europa, le differenze tra nord e sud italiano sono esplose a livelli mai visti negli ultimi decenni.

Nessun investitore si potrà convincere che il destino dell’Europa non sia ineluttabile se non si comincia a parlare di questo. Ma questo non accade perché nessun partito tedesco od olandese può sopravvivere ad una qualsiasi proposta che contempli tasse pagate dai tedeschi per un sussidio di disoccupazione in Grecia; anzi, le elezioni in Germania si vincono promettendo più austerità. L’idea per la quale “se l’Europa cambia, allora…” eccetera, è una ipotesi dell’irrealtà, perché la Germania non cambia neanche con la disoccupazione greca al 25% e milioni di persone sotto la soglia di povertà.

Bisogna sfatare il mito che questo cambiamento possa essere una maratona quando invece servirebbe uno sprint. Non c’è tempo perché la situazione si sta avvitando, come dimostra proprio quella Francia oggi citata come esempio virtuoso di responsabilità e che sembra avviarsi a una stagione di conflittualità esagerata contro “l’Europa”. Una cosa è non votare l’invotabile Le Pen, un’altra accettare l’alternativa. L’Europa o cambia – ma non cambia perché i tedeschi continueranno a essere tedeschi e a ragionare da tali e i greci da greci – o finisce con un divorzio amichevole – ma questa è un’eresia di cui non si può nemmeno parlare – o finisce con proteste da stato sudamericano. Sembra fantascienza, ma sono argomenti di cui si può parlare tranquillamente in molti “tavoli” finanziari da Londra in giù.

Un’ultima precisazione: oggi si cita a sproposito il doppio turno francese come prova contro la retrograda resistenza degli italiani alle riforme per la “governabilità”; noi crediamo invece che quello che succederà in Francia nei prossimi mesi possa far rivalutare di molto le scelte degli italiani. La vittoria di Macron in un’astensione record e fatta ingoiare contro la Le Pen ha messo il tappo su una pressione crescente congelando lo scenario che la produce. Esattamente come con Renzi in Italia, che poi le prende al referendum e lancia Grillo e la Lega al 35% dei voti. Solo che a differenza nostra i francesi si “arrabbiano” per davvero.

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