FINANZA/ Euro, i danni per l’Italia si sapevano già dal 1979…

- Giovanni Passali

Da tempo si sa che con la moneta si possono creare danni a un Paese. La Cia sapeva già nel 1979 che l’Italia avrebbe avuto problemi con lo Sme, ricorda GIOVANNI PASSALI

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LaPresse

Lo sapevano bene, lo sapevano tutti, gli esperti. Ma al popolo non lo hanno detto e hanno raccontato una storia completamente diversa, irrealizzabile e falsa. Questo è quello che è accaduto dalla fine degli anni Settanta in poi. Lo testimonia in modo definitivo un documento della CIA, un documento ormai desecretato ritrovato dal sito ScenariEconomici. Magnificando le condizioni splendide dell’economia italiana, il documento afferma che “surpluces has been used to repay debts and build reserves at near-record level” (i surplus sono stati usati per ripagare i debiti e costituire riserve a un livello vicino ai massimi storici). Tuttavia, “Although tourism should make another strong contribution to the current account showing in 1979, higher price for imported oil, rising labor costs … and Italian partecipation in the European Monetary System will be pressing in the opposite direction” (Sebbene il turismo dovrebbe dare un altro forte contributo ai conti mostrati nel 1979, un rialzo dei prezzi del petrolio importato, il rialzo del costo del lavoro … e la partecipazione italiana al Sistema monetario europeo eserciteranno una pressione in direzione opposta).

Quindi fin dal 1979 agli esperti americani della CIA era chiaro che il sistema di moneta unica avrebbe agito contro lo sviluppo e la crescita economica. Non solo, avevano anche previsto il rialzo del costo del lavoro. Questo è il costo più difficile da percepire, perché viene aumentato di fatto, ma in maniera subdola, quasi impercettibile. Viene quasi in mente quello che scrisse il grande genio di Copernico nel 1526, nella sua opera quasi ignota Monetae Cudendae Ratio: “Quantunque siano innumerevoli i mali che affliggono regni e repubbliche, tuttavia (a mio parere) quattro sono i maggiori: le guerre, la mortalità, la sterilità delle terre e la svalutazione della moneta. I primi tre sono tanto evidenti che nessuno li nega. Ma il quarto attinente alla moneta solo da pochi è considerato, poiché porta alla rovina non in un solo colpo, ma lentamente e nascostamente”.

Fin dal sedicesimo secolo quindi era noto che con la moneta si poteva mandare in rovina un Paese e un popolo. Quello che invece non si poteva allora immaginare è che, in una situazione di abbondanza di beni, si potesse portare un popolo alla rovina con la rarefazione della moneta. Ma di questa nuova possibilità ne abbiamo fatto esperienza con la Grande depressione del 1929. E tutto nasce dal solito problema, dal solito errore: quello di mettere un eccesso di moneta a disposizione dei mercati finanziari. Questi creano le bolle speculative e poi quando scoppiano chiedono all’economia reale (ai consumatori o agli stati) di pagare il conto.

Nel 1929, per evitare il ripetersi di questi eccessi, venne impedito alle banche che raccoglievano i risparmi di fare anche speculazione finanziaria. Quel divieto è rimasto in tutto il mondo occidentale moderno fino alla fine degli anni ’90. Poi, aboliti questi divieti, le banche hanno ripreso a speculare con liquidità pressoché illimitata fornita dalle banche centrali. E così nel 2000 scoppia la prima bolla (quella delle dot com quotate in borsa): e il rimedio qual è stato? Ovviamente creare ancor più denaro per sostenere i mercati finanziari. E cosa ha fatto la Bce da quando l’euro è diventato operativo nel 2001? Ha presola scia della Fed, creando liquidità in eccesso, fino allo scoppio della bolla finanziaria e bancaria nel 2008.

Da allora non fanno altro che tappare falle creando nuova moneta in eccesso e rimandando e ingigantendo il problema. Ma così non può durare a lungo. Prima o poi questa montagna di carta straccia che chiamano moneta crollerà. E sarà un disastro. 

La loro soluzione dopo il disastro? Una moneta unica mondiale, per salvare i loro enormi capitali. La mia soluzione? Monete complementari locali, per far recuperare l’economia locale.

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