PET FOOD/ Il business del cibo per animali che fa gola agli investitori stranieri

- Davide Bartesaghi

Lo scorso anno il settore pet food in Italia ha totalizzato vendite per 1.971 milioni di euro. Anche per questo, spiega DAVIDE BARTESAGHI, è forte l’interesse degli investitori stranieri

cane Coronavirus
(Lapresse)

Sta per terminare a Bologna la fiera internazionale Zoomark (735  espositori da 43 Paesi), uno dei principali appuntamenti europei dedicati al mondo dei prodotti per animali domestici, in particolare pet food. Nel 2016 il settore pet food in Italia ha totalizzato vendite per 1.971 milioni di euro, con una crescita del 2,7% rispetto all’anno precedente. Ma soprattutto si tratta di un settore in grande fermento, che si trova nel mezzo di un processo di trasformazione sotto la spinta di un radicale cambiamento dei modelli di consumo, ma anche di strategie di sviluppo che coinvolgono grandi investimenti a livello continentale. 

Uno dei principali fenomeni di spinta al cambiamento è quello che gli addetti ai lavori chiamano “umanizzazione dei consumi” e che potrebbe essere sintetizzato con la volontà di trasferire sugli animali domestici le stesse attenzioni e le stesse esigenze che solitamente vengono riservate all’alimentazione umana. Questo ha generato una forte crescita dei segmenti di prodotto “natural”, tra cui anche il mondo del glutin free.

Se i volumi d’acquisto rimangono sostanzialmente invariati, così come il numero di animali domestici (in Italia ci sono 7,5 milioni di gatti e 7 milioni di cani), il giro d’affari cresce con lo spostarsi degli acquisti verso fasce di prezzo più alte e verso i segmenti cosiddetti premium. Cresce anche la fetta di vendite effettuate sui siti e-commerce (ma questo è un fenomeno diffuso in tutti i settori merceologici), mentre è significativo il cambiamento di approccio da parte della grande distribuzione che sta cercando di intercettare la domanda di prodotti ad alto valore aggiunto con il lancio di nuovi format distributivi in aggiunta all’offerta degli scaffali degli ipermercati.

Insomma, il piatto si fa via via più ricco: e attira gli interessi dei grandi operatori internazionali che in tempi recenti hanno riversato sul mercato italiano ingenti quantità di denaro per operazioni di acquisizione o per piani di sviluppo finalizzati a presidiare il territorio. Il fondo inglese di private equity Permira ha acquisito lo scorso anno l’insegna Arcaplanet, cioè il numero 1 delle catene pet food italiane. Le risorse economiche arrivate da oltremanica hanno permesso ad Arcaplanet (che era nata in Liguria nel 1995) di accelerare il processo di nuove aperture di punti vendita con il clamoroso caso di 17 negozi aperti in un solo giorno lo scorso gennaio. Oggi l’insegna è presente con circa 185 punti vendita in 15 regioni italiane e l’obiettivo è di arrivare a 200 entro fine anno.

Il gruppo tedesco Fressnapf è invece presente in Italia con l’insegna di proprietà Maxi Zoo a cui fanno quasi quasi 80 negozi: il gruppo ha avviato il progetto “Challenge 2020” che prevede l’apertura di 800 nuovi punti vendita nei prossimi anni nei 10 Paesi in cui opera. Nel 2017 l’obiettivo è fissato a 80 nuovi Maxi Zoo concentrati in particolare in Italia, Francia e Polonia. E ancora: la catena piemontese Mondial Pet Distribution lo scorso giugno ha visto l’ingresso di Edmond de Rotschild Investment Partners nella proprietà con un investimento di 15 milioni di euro. Anche in questo caso si sta preparando un piano di nuove aperture in Italia. 

Insomma, siamo in una fase di profondo cambiamento degli equilibri e dell’assetto del canale distributivo. I grandi gruppi che hanno alle spalle enormi risorse economiche e finanziarie fanno leva proprio su questi fattori per acquisire quote di mercato a colpi di nuove aperture. Il canale dei pet shop indipendenti e delle piccole catene, che non dispone di queste risorse, sta soffrendo, non solo per questa offensiva, ma anche per l’avanzata delle vendite on line che ogni anno erodono importanti fette di mercato. 

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