MERKEL vs TRUMP/ Angela si prepara a bastonare l’Italia

- Sergio Luciano

La Germania rompe con gli Usa di Trump e si autoproclama padrona del destino. Tedesco? Sì, quindi europeo. Ma Macron starà al gioco? E Trump? SERGIO LUCIANO

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Angela Merkel e Donald Trump a Taormina (LaPresse)

Tutte le volte in cui, nella storia, la Germania si è messa a guidare l’Europa è finita male. La Merkel, che sta per essere rieletta per la quarta volta alla guida del suo Paese — lo guida ininterrottamente da 12 anni, quanto Putin, che ha iniziato nel ’99 ma ha almeno fatto finta di passare la mano a Medvedev per un po’ — non solo avrà tutte le leve del potere esecutivo tedesco ma si prenderà la Bce. Farà “cappotto”. I francesi, con il primo presidente Trichet, e gli italiani — sia pure con l’italiano atipico Mario Draghi — hanno già guidato la Banca centrale. Ora tocca ai tedeschi, senza se e senza ma. Il candidato della Cancelliera è il capo della Bundesbank, il “falco” Weidmann, nemico giurato di Draghi. Il resto alla Merkel non importa nulla.

Ha attaccato Trump, però: il che ha equivalso a chiedere una “prova d’amore” al neo-alleato Macron. L’evidente simpatia nata tra il presidentino francese e il parruccone americano a Taormina, con la decisione Usa di aspettare ancora una settimana prima di formalizzare la disdetta — anzi: la non-adesione — all’accordo di Parigi sul clima, mai formalizzato neanche da Obama, non sono piaciute alla Merkel, che d’altronde non piace a Trump.

La contrapposizione tra la Scilla tedesca e il Cariddi americano — tanto per restare in Sicilia — non avrebbe potuto essere più “plastica” e visibile. Nella sua linea nazionalista, Trump ha commesso sacrilegio: ha attaccato il commercio tedesco, l’enorme surplus nella bilancia commerciale che pompa l’economia della Germania. E poiché la politica estera della Merkel la scrivono la Volkswagen e le altre multinazionali, la frattura era e sarà inevitabile. L’Euro picchia collaterale, dove solo la Francia avrebbe potuto bilanciare lo strapotere di Berlino ma non sembra volerlo fare, tace e guarda. Macron vagheggia una pari dignità con i tedeschi, e chi l’ha votato finge di credergli, ma sono frottole.

L’Europa su cui la cancelliera vuol dettare legge — come acutamente notava Mario Sechi nella sua newsletter “List” di ieri — è quella, marchianamente asimmetrica, in cui “su cinquemila minori immigrati in Italia ne sono stati redistribuito solo uno” nel resto del continente.

In questo senso, la “scintilla” fra Macron e Trump è stata un imprevisto. Il francese ha parlato bene dell’americano, col Corriere: “Una personalità forte, decisa. Ma anche aperta, pragmatica. Realista. Capace sia di ascoltare, sia di arrivare dritto al punto. Eravamo due esordienti al G7. Non ci siamo limitati a stringerci energicamente la mano; ci siamo guardati negli occhi, ci siamo confrontati in un incontro bilaterale. È solo l’inizio; ora lavoreremo insieme”. Si vedrà se tanto basterà a Trump per rinviare l’inevitabile “no” sul clima…

Che la contrapposizione fra America e Germania si ricomponga è escluso. Chi ha mandato il biondo alla Casa Bianca vuole vedere concretizzarsi il suo slogan “America First”. E il primato si recupera con l’economia e i commerci internazionali, dove la Germania è un intralcio verso la Cina. La mezza America delle campagne, che lo stesso Wall Steet Journal (unico “giornalone” a dare attenzione rispettosa alle mosse trumpiane) descrive come economicamente in grande difficoltà, reclama spazi.

Il documentino che ha chiuso Taormina confina l’Italia più che mai nell’angolo sul tema che la vede più fragile: la responsabilità sulle frontiere, che sono e restano nazionali. Cavoli nostri, insomma, l’immigrazione.

Dopo un simile G7, tanto debole nei contenuti espressi quanto “di svolta” in quelli inespressi, le frasi di Mario Draghi sono le sole che il banchiere centrale più stimato del mondo poteva dire. Continua a tutelare i Paesi deboli dell’Eurozona e a non garantire l’accoglimento sia pur parziale delle richieste tedesche di uno stop al “quantitative easing” e di un rialzo dei tassi. L’inflazione al 2% non è ancora sicura e la ripresa, pur sensibile, non è ancora tale da imporre un cambiamento della politica monetaria. Anzi: “Abbiamo ancora bisogno di politiche monetarie molto accomodanti”, anche perché i salari “crescono ancora troppo lentamente”. Grazie, Draghi: peccato che durerà soltanto un anno.

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