BORSA E POLITICA/ Ue e legge elettorale condannano l’Italia sui mercati

- Paolo Annoni

Lunedì la Borsa italiana si è messa in evidenza per il suo calo, mentre lo spread è preso a risalire. PAOLO ANNONI ci spiega cosa vedono i mercati quando guardano al nostro Paese

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Lunedì il mercato italiano si metteva in evidenza tra le borse europee con un calo del 2% che veniva attribuito esclusivamente allo spettro delle elezioni anticipate. La storia però non sembra così semplice. Le elezioni italiane, rispetto a quelle francesi o al referendum inglese, non hanno una rilevanza continentale e non minacciano l’assetto europeo; l’unico partito chiaramente anti-euro, la Lega di Salvini, non ha possibilità di vittoria e il Movimento cinque stelle sul tema è, come minimo, molto ambiguo. Lo scenario base, poi, è comunque quello di un’affermazione di forze dichiaratamente pro euro e cioè il Pd di Renzi e il partito di Berlusconi. È impensabile che a un mercato abituato da un decennio a ragionare sulle elezioni europee questi temi siano sfuggiti. La questione italiana, per i mercati, ha due lati.

Il primo è quello di un Paese che non riesce a esprimere governi in grado di fare buone riforme. Il governo di Renzi, che pure aveva il supporto di tutta la comunità finanziaria, si è ridotto a fare bonus elettorali, ha messo da parte qualsiasi spending review, non ha risolto la questione bancaria e ha tenuto il Paese bloccato 12 mesi su un referendum inutile. L’unica riforma portata a casa, quella sulle popolari, ha finora avuto l’unico merito di regalare un paio di trimestri di successi azionari su cui tra l’altro sono aleggiati sospetti di insider trading. Il mercato non può preoccuparsi così tanto di un anticipo di sei mesi sulla scadenza elettorale naturale. Quello che conta è che alla fine ci sia un governo stabile che sia in grado di produrre buone riforme e dare risposte rapide a temi urgentissimi come la crisi bancaria e la mancanza di crescita.

Questo è quello che conta per il mercato perché le elezioni italiane non hanno, in questa fase, alcuna rilevanza continentale. Lo ha avuto il referendum nella misura in cui poteva segnalare la forza dei “populismi” prima delle elezioni francesi. Gli “errori” dell’Italia questa volta li pagano solo gli italiani. Se le elezioni anticipate non sono la causa dei cali azionari l’unica conclusione possibile è che siano le ipotesi di legge elettorale finite sui giornali a non convincere insieme ai vincitori che oggi si intravedono all’orizzonte. Il problema non è che si voti prima, ma che questo voto tolga spazio a un assetto politico ritenuto migliore di quello futuro.

La seconda questione italiana per i mercati è il rapporto tra Italia e Unione europea; un rapporto palesemente sbilanciato in cui alla prima non viene fatto alcuno sconto e anzi che si punisce via austerity e mancanza di qualsiasi politica per la crescita. Obbligare l’Italia a fare il bail in sulle banche venete in questa fase è pura persecuzione, perché è chiaro al mondo che se al posto delle banche italiane ci fossero le casse di risparmio tedesche la risposta sarebbe molto diversa. È chiaro che l’Italia non può permettersi la Bce nemica che si affaccia all’orizzonte con la scadenza di Draghi e l’arrivo di Weidmann. In un’Europa che si pensa come nazione non c’è spazio per interventi punitivi di questo tipo inflitti a Paesi in difficoltà; interventi che conducono solo alla Grecia.

Il G7 di domenica è una pessima notizia per l’Italia perché la Germania ha campo libero e Berlino tara la politica europea a proprio ed esclusivo uso e consumo; l’Italia non ha la forza e il ruolo per poter pensare di ritagliarsi un posto al sole come cerca di fare la Francia. L’Italia è troppo debole e troppo concorrente dell’industria tedesca. Mentre lunedì la borsa di Milano piangeva, su quella di Parigi si registrava una diminuzione dello spread che tutti attribuivano a una maggiore unità europea. Questa unità, per i mercati, è oggi positiva per la Francia e negativa per l’Italia; un’ulteriore dimostrazione che questo assetto è scomodissimo per l’Italia e per la sua economia.

Fanno davvero impressione le dichiarazioni di un indemoniato Schulz contro Trump reo di aver condannato la Germania per il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti e per il rifiuto di spenderlo per la Nato; una spesa che alimenterebbe l’industria delle difesa di molti paesi occidentali. Per Schulz Trump è “il distruttore dei valori occidentali”. Cosa dovremmo dire di quello che ha fatto la Germania alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna e all’Italia in questi anni quando faceva applicare regole europee facendo finta di non sapere che potevano solo peggiorare l’economia e nel frattempo soprassedeva su tutte le proprie violazioni?

Per i due problemi dell’Italia domenica sono arrivate due notizie pessime. La prima è che c’è più Europa e più Germania e la seconda che le ipotesi di legge elettorale e i vincitori che ne usciranno non convincono i mercati. L’anticipo delle elezioni in tutto questo è solo un dettaglio. Una maggioranza traballante di Renzi e Berlusconi alla fine è esattamente quello che il mercato ha bocciato a dicembre dopo la vittoria del no al referendum con un rialzo da capogiro. Obbligare la gente a votare per esclusione è funzionale a grandi operazioni di immagine di breve termine, molto meno per le riforme difficili che si devono fare. Sono cinque anni che l’Italia viene obbligata a votare per esclusione e poi costretta da partiti e leader che nessuno voleva veramente a ingoiare di tutto; non serve un esperto di economia per capire che non ha funzionato e che si sono prodotti solo leader deboli e ricattabili internamente ed esternamente.

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