BANCHE/ La soluzione “a metà” per Veneto Banca e Pop Vicenza

- Sergio Luciano

Sembra essere stata trovata, o quasi, una quadra per salvare le banche venete. Ma resta il problema, spiega SERGIO LUCIANO, delle prospettive non rosee dell’intero settore

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Le due patate bollenti del credito – che poi sono tre, viste le turbolenze che hanno di nuovo investito Carige – si stanno avviando verso la classica soluzione all’italiana. Che è pur sempre una soluzione. Veneto Banca finirà in pancia a Banca Intesa Sanpaolo e Popolare di Vicenza a Unicredit. Anzi no. Perché appena i due galli del pollaio creditizio hanno fatto blandamente capire che, se richiesti, non si sottrarranno all’obbligo di intervenire, ecco che sono cominciati a spuntare i galletti comprimari, come Unipol che ha sintetizzato: “Se si muove il sistema, faremo la nostra parte”. Appunto. Capiamoci, su questo “sistema”. 

Dopo sei mesi di imbarazzante “melina” tecnica e politica, di fronte allo stillicidio di “fughe” dei depositanti e dei clienti che ha scavato caverne nell’operatività ordinaria delle due banche semifallite, miracolosamente qualcuno ha battuto un colpo, e non è stata la magistratura – ma guarda! -, bensì l’informazione, rivelando che la DG Comp., la direzione generale per la competitività, dell’Unione europea, era perplessa sul decreto con cui a fine 2016 il governo Renziloni aveva stanziato 20 miliardi pubblici per salvare il Monte dei Paschi e, appunto, le due venete.

Non si poteva più far finta di niente e allora le istituzioni si sono mosse. Felpatamente, ufficiosamente come gli si confà, sì è mosso anche Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, che ha molta stima di Ignazio Visco, il napoletano allievo di Caffè che recentemente, e poco elegantemente, in un discorso inintellegibile come quasi sempre quelli dei banchieri centrali, ha gettato la croce del recepimento del bail-in in Italia (l’ultima, disastrosa normativa bancaria europea) sull’ex ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e sull’ex presidente del Consiglio Enrico Letta. Come se lui all’epoca fosse stato usciere in una banca locale e non governatore di quella centrale. Ebbene, Mattarella ha svegliato Visco il quale ha preso la classica iniziativa di “moral suasion” dicendo ai due colossi bancari italiani che “non potevano non” intervenire in Veneto. E a questo punto siamo.

Tutto qui? Si potrà dire. No: nel senso che ci vuol altro che una miliardata ciascuna per tentare di raddrizzare le due semiaffondate banche. Niente paura: lo Stato c’è, per mettere il resto, come in fondo prescrive Bruxelles. Metterlo a garanzia sullo smaltimento delle perdite su sofferenze, cioè sui nuovi buchi che si “conclameranno” nei bilanci delle due banche quando le sofferenze che esse ancora racchiudono verranno svendute tra il 20% e – massimo – il 30% del loro valore. Probabilmente, a prestare queste garanzie sotto la forma di strumenti di investimento – obbligazioni o anche azioni – potrà essere qualche articolazione della Cassa depositi e prestiti. E del resto, meglio così: lo Stato in quanto erario ha già garantito a oggi circa 10 miliardi di obbligazioni – emesse dalle due venete in questi mesi “per campare” e collocate sul mercato degli istituzionali – solo grazie al fatto che, per l’appunto, hanno la garanzia irrevocabile dello Stato. Significa che se le due banche falliscono, paga Pantalone, almeno quella parte.

Attenzione: l’interventismo – si fa per dire – di Mattarella (meno male che c’è stato, stavolta, vien da dire) e Visco va anche letto in relazione al piccolo particolare che il 68enne banchiere centrale tra poco più di un anno scadrà, e c’è già in corso una pretattica spinta sulla successione: si ritiene che a lui non dispiacerebbe una riconferma, e sicuramente il Colle – a oggi, unica autorità nazionale a essere certa del ruolo che avrà nel 2018! – è dalla sua parte.

Con questo sarebbe sbagliato pensare che la situazione delle due ammalate venete sia avviata a soluzione, tutt’altro: il come e il quando sono ancora nel vago. Al di là dei problemi patologici – sofferenze e fuga della liquidità – il vero dato critico del sistema, che i capi di Intesa Sanpaolo e Unicredit ben conoscono, sta tutto nella ridondanza delle strutture rispetto al business. La chiusura degli spread e l’impennata delle perdite su crediti, negli ultimi anni, ha prosciugato il margine di interesse degli istituti, mentre il margine d’intermediazione per i servizi finanziari erogati è severamente minacciato dai sistemi alternativi digitali, nei pagamenti come nei microfinanziamenti e nella stessa finanza d’impresa. Quindi non c’è solo un problema di perdite di bilancio, ma proprio di dimensioni del bilancio, e di taglio dei costi. 

Lo scorso anno a Cernobbio l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi ebbe il merito, tra i suoi rari, di dire chiaro e tondo dal palco dei relatori che gli organici delle banche italiane sono grandi il doppio del necessario, significa 150 mila posti di lavoro inutili, da tagliare. Problema sul quale il sistema non ha finora elaborato neanche una goccia di pensiero progettuale: le banche non hanno il welfare degli altri settori economici, hanno sempre gestito “di tasca propria” i periodici smaltimenti di eccessi occupazionali, spendendo un po’ del grasso che colava dai loro bilanci d’oro (un’altra era geologica). Ma adesso come faranno?

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