PIL E LAVORO/ I fallimenti dell’Italia scambiati per successi

- Paolo Annoni

In Italia il Pil è cresciuto più delle previsioni e la disoccupazione è scesa. Tuttavia, ricorda PAOLO ANNONI, facciamo decisamente peggio dei nostri partner europei

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Sondaggi Elezioni 2018, Maria Elena Boschi (LaPresse)

Ieri mattina la revisione al rialzo del Pil italiano del primo trimestre a +1,2% annuo contro una stima iniziale dello 0,8% è diventata un’occasione di celebrazione e persino, in qualche caso, di compiacimento per i successi economici ottenuti. Nello stesso periodo il Pil tedesco è cresciuto dell’1,7% e quello spagnolo del 3%, la Francia che soffriva per le incertezze sulle elezioni e gli attentati ha comunque archiviato un rialzo di poco inferiore a quello italiano (+0,9%). Ancora una volta l’Italia è il fanalino di coda europeo.

Si può dire ancora una volta perché sia nel 2015 che nel 2016 la crescita del Pil italiano è stata la peggiore tra i membri dell’Europa esclusa la Grecia (tra il 2008 e il 2016 l’Italia è stato l’unico Paese tra le maggiori economie ad avere un calo medio annuo del Pil, lo 0,8%). Il tasso di disoccupazione italiano è praticamente allo stesso livello del 2014, siamo all’11,7% ed eravamo al 12,5%, la Spagna ha portato il tasso di disoccupazione negli ultimi tre anni dal 25,5% al 18,5%. L’economia italiana non va bene e la distanza tra l’Italia e i suoi principali concorrenti europei è aumentata anche nel primo trimestre nonostante l’Europa da due anni stia chiudendo due occhi sull’assenza di qualsiasi spending review e sull’elargizione di bonus di vario ordine e grado.

L’Italia è ancora sulla superficie del terzo pianeta del sistema solare e quindi quando l’economia globale tira anche la sua economia sale e quando l’economia globale va male, per esempio perché Lehman Brothers fallisce, la sua economia arretra. I successi economici non si misurano con i numeri assoluti, ma con quelli relativi; l’economia italiana va bene quando cresce di più dei Paesi comparabili, ma questo continua a non accadere; così nel 2016 cresce di un terzo della Spagna e della metà di Francia e Germania e il trend continua anche nel 2017. L’Italia ha beneficiato come tutti di tassi eccezionalmente bassi frutto di politiche monetarie ultraespansive e di un ulteriore rafforzamento del dollaro che ha aiutato le sue imprese, ma il saldo nei confronti di tutti gli altri rimane ampiamente negativo. Chiunque abbia governato negli ultimi anni non è riuscito ad aggiungere nulla alla marea dell’economia globale e, anzi, ha tolto nella misura in cui ha fatto fare peggio all’Italia. Qualsiasi giudizio che non prenda in considerazione questa cornice è, come minimo, monco se non completamente inutile.

La questione sta per diventare ancora più pressante. Secondo la più recente letteratura scambiata tra gli investitori, l’Europa dovrebbe sostituire gli Stati Uniti con il loro impresentabile presidente, almeno per un breve periodo, nella staffetta della crescita globale. Il modello tedesco delle esportazioni e dell’austerity inflitta ai competitor europei è potuto stare in piedi solo perché il consumatore americano non ha mai neanche saputo cosa fosse l’austerity, mentre la Fed stampava come se non ci fosse un domani e il debito pubblico americano saliva dal 65% del 2007 al 105% attuale. L’ipocrisia europea è quella di aver difeso un modello che stava in piedi solo perché qualcun altro si comportava diversamente. L’Europa è stata in piedi grazie agli Stati Uniti che facevano tutto quello che la Germania ritiene irresponsabile e sbagliato, dai tassi bassi all’assenza di austerity. Per questo se l’America rallenta manda inevitabilmente in crisi tutta l’Europa che ha ammazzato metà dei suoi consumatori.

Se “festeggiamo” quando cresciamo meno degli altri, cosa faremo se capiterà di calare più degli altri? Gli stessi titoli di giornale con i segni meno davanti suonano malissimo a meno che non si riesca a dire che l’Italia fa meno peggio. Per il momento però questo rischio non c’è, tanto più se ci beiamo dei nostri fallimenti. 

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