VENETO BANCA/ E Pop Vicenza: risparmiatori e contribuenti pagano per la gioia dell’eurocrazia

- Sergio Luciano

Sembra che si sia trovata una soluzione per Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che però richiede l’esborso di soldi pubblici e le perdite per i risparmiatori. SERGIO LUCIANO

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Pier Carlo Padoan (Lapresse)

Per una volta bisogna essere clementi verso il governo pasticcione che si ritrova, con la stessa casualità del mitico Charles il Giardiniere di Peter Sellers, a reggere le sorti del Paese: nel caso delle due banche venete se l’Italia ha fatto ridere (e ora piangeranno gli obbligazionisti) Bruxelles ha fatto pena, e anche un po’ schifo. La (per molti versi opportuna) sconfitta della Le Pen in Francia e di quel fronte populista e anti-europeista che sembrava starsi compattando in giro per l’Europa attorno alla leader nazionalista francese oggi in apparenza dissoltosi, non devono farci dimenticare le colpe dell’Europa. Non dobbiamo dimenticare che l’Eurocrazia belgo-tedesca è una piaga, e la vicenda di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza lo conferma in modo eclatante.

Esaminando a mente fredda le scarne informazioni emerse ieri dai comunicati ufficiali delle parti in causa, risalta che – alla fine – sei mesi di impasse da quel fatidico 21 dicembre in cui Gentiloni emanò il decreto sul “salvataggio” a ieri sono serviti solo a trovare “il nome” da dare all’intervento pubblico su ciò che resta dei due istituti, e l’entità della punizione da infliggere agli azionisti (circa 170 mila) e agli obbligazionisti (circa 20 mila) attuali delle due banche, in massima parte diversi da quelli che negli anni passati scelsero e confermarono molte volte le gestioni dissennate che hanno creato il dissesto e sono solo rei di essere rimasti col cerino in mano. 

Ma la sostanza non cambia: per la stabilità economica della stessa Unione europea i cui Stati membri (non l’Italia, grazie a quello scienziato di Mario Monti) hanno versato complessivamente, tra il 2009 e il 2011, oltre 1000 miliardi di euro per salvare le proprie banche dalla crisi finanziaria dei derivati, è e resta impensabile che altre banche medio-grandi falliscano come fallirebbe la tabaccheria del signor Pautasso se il commesso scappasse con la cassa.

Da quel poco che si capisce, nel caso delle due venete – che sono già di fatto fallite e che sul mercato nazionale e internazionale nessuno voleva comprare così come sono ridotte – Intesa si prende solo la parte migliore del totale, che potrà peraltro “scegliersi” a proprio piacimento, escludendo le sofferenze, i crediti incagliati, quelli dubbi, addirittura quelli sani ma pericolosi e solo le partecipazioni che le sembreranno utili al proprio business.

Allora perché dargli tutto questo ben di Dio, che invece forse tanti a queste stesse condizioni altri acquisirebbero? Per due ragioni: innanzitutto perché Intesa è oggi la banca grande più sana del Paese; e poi perché ha preso l’iniziativa, ed è credibile che sappia gestirla, di farsi avanti con una proposta operativa, che il governo e la Banca d’Italia “non potevano non accogliere”, in assenza di alternative e in una situazione di emergenza pericolosissima, dove ogni giorno i due gruppi bancari in dissesto vedono diminuire i loro clienti e i loro depositi. Insomma, Intesa mette credibilità di mercato e capacità gestionale in un’operazione i cui rischi industriali restano comunque significativi, ma giustamente pone la condizioni di non pagare per i cocci fatti da altri. E questi cocci li paghiamo noi contribuenti: aiuto di Stato, esattamente quel che l’Europa finge di proibire, ma in realtà, dandogli un altro nome, consente.

Certo, l’Eurocrazia sarà contenta perché azionisti od obbligazionisti ci rimetteranno le penne: un piccolo sacrificio umano, inappropriato perché i veri responsabili ne resteranno sostanzialmente immuni. Ma la sostanza è che il costo lo paga l’erario. 

Detto questo, e ricordato a noi stessi quanto deteriore sia questo modo di “essere Europa”, torniamo un attimo a sei mesi fa, a quel 21 dicembre in cui il governo varò il decreto di salvataggio delle due venete, e chiediamoci cosa mai abbiano combinato questi di palazzo Chigi e di via Venti Settembre – presidenza del Consiglio e ministero dell’Economia – da allora a oggi, che interlocuzione abbiano avuto con l’Europa, con la Dg Comp (la Direzione generale per la Competitività della Commissione), con l’Autorità bancaria europea, con la Vigilanza della Bce… E chiediamoci anche, con inquietudine, che affidabilità possa avere oggi l’ok ancora informale delle stesse autorità europee sullo schema di salvataggio attraverso Intesa Sanpaolo annunciato ieri. C’è solo da sperare che, essendosi esposta formalmente, sia stata la stessa Intesa a sincerarsi direttamente a Bruxelles che le autorità europee siano realmente d’accordo. Altrimenti rischiano di passare altri sei mesi per poi accorgersi che non era vero…

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