DIETRO LE QUINTE/ Il voto per portare la Troika in Italia

- Ugo Bertone

In Italia, spiega UGO BERTONE, sembra che si voglia a tutti i costi finire commissariati come la Grecia pur di non prendersi le proprie responsabilità a livello politico

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Lapresse

Un enorme iceberg, 5 mila chilometri quadrati, si è staccato dalla calotta polare a causa del riscaldamento climatico. E ora fa rotta verso l’America del Nord lungo e rotte rese celebri dal Titanic: arriverà fino alla baia di Hudson spostando montagne d’acqua fino alla Trump Tower? Sembra la scena iniziale di un film ma che si può escludere di questi tempi, di fronte alla cronaca surreale dell’era Trump? Il presidente Usa, denunciando l’accordo parigino sull’ambiente, si è schierato contro l’adesione di 146 Paesi affiancandosi solo a Siria e Nicaragua. “Mi hanno votato a Pittsburgh, mica a Parigi”, ha spiegato davanti alle telecamere (ma niente domande, per carità). Ma forse non ha reso un buon servizio nemmeno ai minatori della rust belt. Di sicuro ha creato un solco profondo con l’America più innovativa (Apple e Testa in testa), ma anche con la comunità finanziaria che in contemporanea allo strappo del presidente ha imposto ad Exxon la creazione di un rapporto periodico sulle conseguenze ambientali delle scelte del gruppo energetico. Insomma, dallo strappo di Tump al grido di America First possono discendere grandi sviluppi sia politici che culturali, ancor prima che economici. Un copione ancora da scrivere: speriamo non emerga un film dei filoni catastrofi.

Da giovedì prossimo, intanto, torma in scena a Washington il genere fiction, variante tra il legal thriller e la spy story. Davanti al Congresso si presenterà James Comey, ex capo dell’Fbi licenziato da Trump per non aver lasciato cadere nel vuoto il Russiagate. I colpi di scena non mancheranno. Azzardiamo che anche stavolta la realtà supererà i confini della fantasia. I trailer promettono bene: tra i testi dovrà presentarsi, pare, anche Nigel Farage, promotore del referendum britannico sula Brexit e primo ospite di Trump dopo la sua nomina. Gli investigatori Usa vogliono capire se e con quali obiettivi esiste una connection tra Farage, il re degli hackers Julian Assange, il grande regista di Wikileaks asserragliato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, e il furto, prima del voto americano, delle e-mail di Hillary Clinton che ha pesato sul voto, anche grazie alla campagna dell’intelligence di Mosca. Sembra un fumettone, in America molti cominciano a crederci. Vedremo se il plot condurrà a Hollywood o all’impeachment.

I nostri cineasti non possono che invidiare i colleghi di oltre oceano o quelli inglesi. La nostra politica non offre, all’apparenza, che insipidi brodini inadatti a qualsiasi trama. Almeno all’apparenza. Le furibonde bagarre attorno alla legge elettorale sono in realtà altrettanti pezzi di bravura all’insegna dell’improvvisazione in cui i nostri teatranti eccellono fin dai tempi della commedia dell’arte. C’è il sospetto che dietro lo scontro sul modello tedesco che tanto tedesco non è spunti una richiesta comune: evitiamo di metter mano alle riforme necessarie che pure abbiamo promesso mille volte; evitiamo di metter in galera i dirigenti bancari o di liquidare le sofferenze bancarie che fanno capo a clienti (ex?) eccellenti. Invece che assumerci le responsabilità che possono costare voti davanti a un elettorato frustrato e ormai troppo umiliato per rispondere con il buon senso, cerchiamo ancora una volta di guadagnar tempo. Un suicidio, a meno che Pier Carlo Padoan non riesca a convincere i partner europei che la cosa migliore è accettare uno sconto sugli impegni che a suo tempo sono stati presi dal governo Renzi che tutto ha fatto salvo che sfruttar il tempo e i denari concessi dalla Bce. 

E così prepariamoci a nuove baruffe in puro stile goldoniano o a pezzi di bravura per tentare di vendere, senza l’arte di Totò un pezzo della fontana di Trevi a qualche sprovveduto (o supposto tale) che può darci retta. Prima del grande finale: una bella campagna elettorale con promesse di spese ariostesche da parte dei Cinque Stelle o il grido basta tasse che è il pezzo forte dell’intramontabile re del palcoscenico, in arte Silvio Berlusconi. Tutto può servire pur di scaricare sull’Europa limiti e responsabilità di un Paese che arde, chissà perché, di finire sotto la scure dei commissari, come è successo in Grecia. Il destino di unPaese che invecchia senza voler maturare. Un po’ Pinocchio, un po’ Peter Pan. 

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