I NUMERI/ Così la cultura aiuta il Pil (e anche i giovani)

- Alfonso Ruffo

Nuovi dati mostrano il contributi della cultura al Prodotto interno lordo dell’Italia. E in arricchimento, spiega ALFONSO RUFFO, può arrivare anche per industria e giovani

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Michelangelo, David (LaPresse)

Come ogni anno da sette a questa parte il rapporto Io Sono Cultura è stato presentato alla stampa con la precisazione che l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi. E in effetti a scorrere le slide che riassumono il lavoro ci si accorge di quanto sia elevato il contributo al prodotto nazionale di un tipo di attività (difficile parlare di settore) che presenta un valore aggiunto tra i più alti dell’intero sistema economico.

Vuol dire, in soldoni, che il prezzo finale di beni e servizi è più alto del costo dei fattori necessari a realizzarli di quanto non accada nella media. Insomma, investire in cultura conviene perché esiste l’evidente possibilità di guadagnare bene e in definitiva, trattandosi di un’attività creativa, c’è ancora tanto bisogno dell’umana capacità con la tecnologia a svolgere un sano ruolo ancillare.

Anche l’impatto sull’occupazione comincia a essere interessante con 1.495.000 addetti, secondi per numero solo al milione e mezzo abbondante delle costruzioni e ben al di sopra della sanità (1.383.000), della metallurgia e meccanica (1.131.000), della finanza e delle assicurazioni (681.000). Chi sosteneva che con la cultura non si mangia (ammesso che qualcuno lo abbia davvero pensato) è servito.

Naturalmente, ed è un altro dato da considerare con attenzione, l’incidenza dei laureati nel campo di riferimento è molto più alta della media: 41 per cento contro il 20 per cento del resto dell’economia. Più del doppio, dunque, raggiungendo livelli che in altri settori invidiamo a Paesi più sviluppati e meglio attrezzati per vincere la sfida della competitività sui mercati internazionali.

Ma cultura e creatività non vanno valutate soltanto per quello che possono rappresentare nello stretto recinto dell’appartenenza. Il loro apporto alla definizione del prodotto nazionale, in quantità e qualità, è molto più consistente di quello che si possa a prima vista apprezzare. E se c’è un Paese in grado di giovarsi in massimo grado della fortunata circostanza, questo è proprio l’Italia.

La sensibilità che può nascere dall’esposizione al contesto naturale-storico-artistico che ci circonda, con l’inevitabile forza della contaminazione, può orientare – come in effetti già avviene in molti casi – verso soluzioni uniche al mondo per originalità, gusto e stile. Senza perdere di vista la funzionalità che non è mai stata il nostro forte ma potrebbe diventarlo se soltanto volessimo impegnarci un po’ di più.

La sfida di Industria 4.0, di cui tanto si parla, si vince anche e forse soprattutto se impariamo a fare maggiore leva su questo punto di vantaggio che tutti c’invidiano e che noi riteniamo acquisito, quasi dovuto, per l’eccessiva confidenza che ci viene dalla frequentazione del bello fin dalla nascita. Troppa grazia può rendere insensibili alla fortuna che il destino dispone.

È ormai opinione comune che tecnologia e cultura debbano andare a braccetto. Quanto più si fa sofisticata la prima tanto più deve crescere la seconda intesa non come mero nozionismo ma come consapevolezza e conoscenza. Per poter sfruttare al meglio la rivoluzione delle macchine e dei robot c’è bisogno di una società evoluta fatta di professioni e mestieri da interpretare in chiave moderna.

Questo passaggio offre un ampio varco ai giovani. Che ne siano naturalmente all’altezza.

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