SPY FINANZA/ Draghi e il “coniglio” per evitare una guerra valutaria

- Mauro Bottarelli

Appuntamento importante oggi per il board della Bce. Mario Draghi, infatti, dovrà inventarsi qualcosa, dice MAURO BOTTARELLI, per evitare il peggio per l’Eurozona

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Bce, Draghi (Foto: LaPresse)

Alla vigilia dell’odierno meeting della Bce, ecco come il governatore della Banca di Francia e membro del board, Francois Villeroy de Galhau, sintetizzava il suo pensiero: è ancora necessaria una politica accomodante. Parlando ieri mattina di fronte alla commissione Finanze dell’Assemblea nazionale francese, Villeroy ha spiegato che l’Istituto centrale «ha sconfitto il rischio di deflazione, ma che l’inflazione resta ancora lontana dall’obiettivo vicino al 2%. Per questo, c’è ancora necessità della nostra politica monetaria accomodante e ne stiamo adattando l’intensità in base alla situazione economica e ai progressi verso il raggiungimento del target». Insomma, rischio tapering addio. 

Come mai questo ritorno al massimalismo espansivo, dopo i peana di Draghi rispetto alla crescita dell’eurozona ormai sostenuta e sostenibile? Occorre rinvigorire i mercati? No, viaggiano per i fatti loro, rincorrendo unicorni e nuovi massimi. C’è qualcosa di strutturale e sistemico che sottende le parole di Villeroy e che dipende, in parte, da quanto emerso il giorno precedente, quando la pubblicazione dei dati relativi al programma di acquisto Cspp rendeva noto che le detenzioni di bond corporate da parte della Bce avevano superato per la prima volta quota 100 miliardi di euro. Per mettere le cose in prospettiva, un’azienda con una simile capitalizzazione di mercato sarebbe al 18mo posto nello Stoxx 600 e al 42mo nello Standard&Poor’s 500. Di più, siamo al livello del Pil annuale del Kuwait, 59ma economia al mondo nel 2016. Ed esattamente come il mese precedente, la Bce ha operato molto anche sul mercato primario, ovvero scambiando denaro contro bond direttamente con l’azienda emittente: quindi, a prescindere dal prezzo di quei bond, l’Eurotower per un altro mese ha iniettato approssimativamente 15 miliardi di euro nelle entità corporate che partecipano al suo programma: facile fare impresa così, non vi pare? 

Ma questo grafico ci mostra come i dati pubblicati abbiano rivelato anche altro, ovvero che lo stato patrimoniale della Bce sia ora a quota 4,23 triliardi di euro, lo stesso livello del Pil del Giappone (4,3 triliardi di euro), ovvero della terza economia del mondo, e in discreto vantaggio rispetto a quello della quarta, la Germania, attualmente a 3,02 triliardi di euro. Non sarà il caso di cominciare a fare un po’ di dieta? No, nemmeno per sogno: Villeroy è stato chiaro al riguardo. Forse, allora, non ce la stanno raccontando giusta fino in fondo sullo stato dell’economia? 

Uno dei nodi centrali sta proprio in Giappone, Paese che oggi vedrà anche la sua Banca centrale radunarsi per fare il punto sul programma di politica monetaria, la cosiddetta Abenomics messa in campo per battere la deflazione e riportare la crescita dei prezzi attorno al 2%. Ce la faranno entro i tempi prestabiliti, come da promesse? Quasi certamente no, visto che il Wall Street Journal ieri, citando fonti vicine alla BoJ, parlava chiaramente di revisione al ribasso delle prospettive e dei target inflazionistici. Insomma, un flop. Il motivo? L’Amazon effect. Eh già, perché a causa dello strapotere deflattivo del gigante del commercio on-line, i commercianti giapponesi hanno dovuto a loro volta tagliare i prezzi per restare sul mercato, distruggendo le già poco solide basi di aumento dei prezzi che il governo aveva ottenuto, spendendo triliardi e monopolizzando il mercato obbligazionario come acquirente di prima e ultima istanza. Certo, siamo di fronte all’espansione economica più lunga degli ultimi 11 anni per Tokyo, ma, se la lotta è quella alla deflazione, i risultati languono. E lo stesso vale negli Usa e in Europa. Se i prezzi salgono poco a fronte di una crescita economica che guadagna trazione, l’epilogo è uno solo: deflazione. 

A confermare il trend è stata Aeon Co., il Wal-Mart giapponese che opera attraverso grandi centri commerciali in cui si vendono cibo e generi di largo consumo: la competizione dell’e-commerce sta devastando i profitti e i volumi, tanto da aver costretto il management a tagliare i costi su latte, shampoo e oltre 250 altri prodotti lo scorso aprile e a programmare un altro mese di super offerte per agosto. Il Giappone ha rappresentato il terzo più grande mercato per Amazon nel 2016, dopo Stati Uniti e Germania, pesando per vendite totali attorno agli 11 miliardi di dollari, il tutto mentre altre piattaforme di e-commerce locali, come Zozotown, stanno prendendo loro stesso piede e guadagnando quote di mercato. Ma qual è il collegamento sensibile tra prezzi e crescita economica? La Bank of Japan, così come le altre Banche centrali, ha avuto per lungo tempo come principale preoccupazione quella che un calo generalizzato dei prezzi potesse colpire l’economia, dando vita a un ciclo di bassi investimenti corporate, bassa crescita salariale e una generale mancanza di vitalità del mercato. In risposta a questo, la BoJ, ad esempio ha pompato l’equivalente di centinaia di miliardi di dollari nell’economia ogni anno, attraverso l’acquisto di bond governativi e altri assets. Purtroppo, questa costosissima e pericolosissima politica, non ha funzionato. 

A confermarlo, il presidente di Aeon, Motoya Okada, il quale ha spiegato che il mese di aprile con i suoi ribassi generalizzati, inclusi quello degli operatori on-line, ha di fatto reso impossibile per il Giappone un ritorno all’inflazione, dopo 20 anni di declino: «La fine della deflazione era solo una grande illusione», ha sentenziato. Certo, per un po’ le Banche centrali si sono fatte scudo del drammatico crollo del prezzo del petrolio per giustificare il calo continuo dell’inflazione, partito dall’estate del 2014, quando le valutazioni dell’oro nero toccarono i 110 dollari al barile, ma, ora, anche questa narrativa non regge più. Adesso, con il petrolio stabilizzatosi in area 45-50 dollari, l’indice dei prezzi giapponese che misura l’inflazione core, ovvero tutti i beni a parte il cibo fresco, a maggio è salito solo dello 0,4%, di fatto una sconfessione totale della politica della Banca centrale. Il problema, inoltre, è che la sempre crescente operatività di soggetti pressoché monopolisti come Amazon non potrà che rinforzare dinamiche ribassiste dei prezzi a livello globale, innescando una guerra di sopravvivenza all’ultima offerta speciale. 

Insomma, le prospettive della BoJ – quelle che avrebbe dovuto confermare o addirittura migliorare al board di oggi – erano per un’inflazione all’1,4% alla fine dell’anno che terminerà fiscalmente a marzo 2018, ma pare pressoché impossibile e la nuova stima vede addirittura poco credibile anche il raggiungimento del prefissato 2% per marzo 2019. Unite a queste dinamiche il fatto che le aziende nipponiche stanno investendo sempre di più in automazione per migliorare la produttività e operare off-setting sui maggiori costi del lavoro e della materie prime e vedrete che i trend inflazionistici non potranno che sgonfiarsi ulteriormente, mettendo il governo – con il passare dei mesi – di fronte a un’opzione unica, se non si vuole far esplodere il mercato azionario e obbligazionario, vivi solo per gli acquisti della BoJ: passare al volto faustiano dei keynesianismo, l’helicopter money, il Qe permanente. 

Inoltre, come vi dicevo non più tardi di ieri, quando vi parlavo della dinamica di indebolimento monetario di Usa e Cina sull’euro, la prima per la percepita instabilità politica e la seconda per la rinnovata propensione a esportare deflazione, ecco che questi grafici mettono in croce sia la BoJ che la Bce di Mario Draghi: non solo per il secondo mese di fila sia i prezzi di export che di import Usa sono calati, registrando una discesa su base mensile che non si vedeva dal febbraio 2016, ma, dopo un modesto rimbalzo nel primo trimestre, anche i prezzi dell’import cinese sono tornati in traiettoria discendente, scendendo ai minimi di febbraio. Cosa significa? Quello che vi preannunciavo: per sopravvivere, la Cina sta ricominciando a esportare deflazione, con grande delusione delle aziende Usa, le quali già fattorizzavano i benefici del dollaro debole. Ma chi rischia di pagare il prezzo maggiore a questo fallimento globale delle Banche centrali e delle loro politiche di debito e sua monetizzazione? Esatto, l’Europa. 

Tanti auguri a Draghi, ne ha bisogno. Vediamo se oggi pomeriggio avrà ancora un coniglio da far saltar fuori dal cilindro. Altrimenti, sarà l’inizio dei guai seri. E di una guerra valutaria senza precedenti. 

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