FINANZA/ Trump e Brexit, i “populismi” aiutano Draghi (e l’Italia)

- Ugo Bertone

Mario Draghi ha fatto capire che non è ancora tempo di tapering. E la grande finanza, dice UGO BERTONE, può nutrire oggi più fiducia nell’Eurozona che non negli Usa

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(LaPresse)

Alt, non si cambia. La Banca centrale europea ha rinviato al prossimo autunno tutte le modiche, grandi e piccole, alla politica praticata sul costo del denaro. “Dobbiamo essere costanti, pazienti e prudenti”, ha detto Mario Draghi per giustificare una scelta, presa all’unanimità, che contraddice le convinzioni (e i timori) maturate tre settimane fa, dopo le parole dello stesso Draghi che avevano fatto pensare a un’imminente, seppur cauta, correzione della rotta espansiva praticata dalla Banca di Francoforte. Al contrario, il direttivo non si è limitato a confermare il livello attuale dei tassi di interesse (quello principale a zero, -0,4% quello sul depositi), ma ha ribadito pure che si manterranno “su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività”. Soprattutto, però, è stata smentita la previsione di un qualsiasi accenno a una possibile riduzione degli acquisti della Bce, come sembrava quasi scontato fino a pochi giorni fa.

Anzi. Francoforte ha confermato il livello di acquisti per 60 miliardi di euro al mese “fino alla fine di dicembre 2017, o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole” dell’inflazione. Insomma, non viene cancellato il riferimento a un eventuale prolungamento e ampliamento del Quantitative easing “qualora si rivelasse necessario”. Viene così accantonata qualsiasi discussione sul tapering (“credetemi – ha detto Draghi – non ne abbiamo parlato”) o su altri eventuali correzioni alla linea espansiva della banca centrale. Se ne parlerà solo in autunno, ha aggiunto Draghi, lasciando i mercati nel dubbio: settembre va considerato estate oppure già autunno? 

In ogni caso, occorre ancora attendere per verificare se il rafforzamento della ripresa in corso sarà abbastanza forte e durevole da trasferirsi “in una dinamica più forte dell’inflazione” che, per ora, “non è dove vorremmo e dove dovrebbe essere”. Non è ancora tempo, perciò, per avviare una stretta come aveva lasciato percepire l’accenno dello stesso Draghi “alle pressioni reflazionistiche” durante l’incontro di Sintra. Forse, in quell’occasione, i mercati avevano frainteso le parole del banchiere. Oppure, com’è più probabile, Draghi d’intesa con Janet Yellen ha voluto testare gli umori del mercato di fronte a una manovra che non potrà, prima o poi, non coinvolgere l’area euro.

La reazione della moneta unica è, del resto, la novità più interessante e inattesa della giornata finanziaria. La conferma della linea da “colomba” della Bce ha provocato un’iniziale discesa dell’euro sul dollaro sotto la linea 1,15. Ma, a mano a mano che il presidente della Bce ha riconosciuto i progressi dell’economia del Vecchio Continente, il trend si è invertito: la moneta unica è risalita ai massimi dell’anno addirittura a 1,1620, in linea con la crescita che ha preso consistenza dall’intervento di Sintra del 27 giugno, con effetti depressivi sui prezzi e sull’andamento dei mercati azionari dell’eurozona. In questa cornice le “non scelte” della Bce si spiegano con la paura che qualsiasi mossa sul fronte del Qe sarebbe stato il detonatore di un rialzo ulteriore dell’euro. O, se preferite, di un nuovo rovescio del dollaro, indebolito dalle difficoltà di Donald Trump. 

La congiuntura negativa della valuta americana ha così offerto a Draghi l’opportunità di prolungare la politica di espansione monetaria che ha ormai prodotto ottimi frutti. In autunno, probabilmente, il quadro sarà diverso: la Fed, in particolare, dovrebbe avviare per quell’epoca il taglio del bilancio federale, riducendo la liquidità in circolazione. Ma, per ora, la grande finanza nutre molta più fiducia nell’Eurozona che si accinge a celebrare il rientro della Grecia nel circuito dei mercati e festeggia il superamento della fase più acuta della crisi delle banche italiane, che non nell’economia americana, che brilla solo grazie alla new economy “nemica” giurata del presidente: a gennaio sembrava che la ripresa italiana dovesse far conto sul dollaro forte, in grado di aiutare l’export. Oggi, al contrario, dobbiamo ringraziare le traversie del dollaro, capaci di far tacere le pressioni della Bundesbank contro una politica troppo espansiva. 

Draghi, saltato uno scoglio che un mese fa sembrava insuperabile, ringrazia. Non tutti i populismi vengono per nuocere: soffre la politica di Trump, va peggio per la Brexit. E Draghi si conferma un banchiere fortunato.

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