FINANZA E POLITICA/ La tattica Usa dietro il calo del dollaro

- Paolo Annoni

Da qualche mese si assiste a un deciso rafforzamento dell’euro sul dollaro. Il che consente di mettere in stand by l’ipotesi di dazi Usa avanzata da Trump, spiega PAOLO ANNONI

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Donald Trump (LaPresse)

Da qualche mese si assiste a un deciso rafforzamento dell’euro nei confronti del dollaro con un cambio passato da 1,05 a fine marzo a oltre 1,16 degli ultimi giorni. La questione non è banale e non può rimanere confinata nelle discussioni degli addetti ai lavori dei mercati finanziari. La Fed nelle ultime settimane ha dato l’impressione di non voler affatto affrettare il programma di rialzo dei tassi, forse preoccupata di non creare troppi problemi a un’economia che ha ancora criticità come i mercati finanziari. Anche la Bce però non sembra avere particolare fretta di ritornare a una situazione “normale” di tassi e politica monetaria. Il rafforzamento dell’euro delle ultime settimane è una brutta notizia per l’economia europea, soprattutto se il trend dovesse continuare.

La ripresa economica europea, quella di cui si legge in questi giorni sui giornali con le mini revisioni al rialzo del Pil italiano e la fiducia delle imprese tedesche ai massimi di sempre, è frutto di un enorme avanzo commerciale di cui la Germania è il massimo rappresentante. Il modello economico europeo negli ultimi anni di crisi e di austerity ha spostato l’economia verso un modello basato sulle esportazioni ammazzando milioni di consumatori europei. Il consumatore italiano, spagnolo o francese non è lo stesso del 2007 e le esportazioni sono state la valvola di sfogo di economie altrimenti in ginocchio. Rispetto a tre mesi fa, un’impresa europea ha perso il 10% del fatturato fatto in America e il rischio è che il conto diventi più salato se il cambio si portasse sopra 1,2.

Il rafforzamento del dollaro degli ultimi anni è la conseguenza di due aree che hanno dato risposte completamente diverse ai problemi aperti dalla crisi finanziaria del 2008. Gli americani non hanno mai neanche saputo cosa fosse l’austerity e la scelta è stata quella di far ripartire la crescita e alimentare un circolo virtuoso dimenticandosi completamente del debito, che infatti negli Stati Uniti è passato dal 68% del 2008 al 108% del 2016. In Europa invece si è deciso per una austerity che da un lato veniva usata con il mirino contro i Paesi concorrenti di Germania e Francia, in primis l’Italia, e dall’altro faceva da controparte a una politica economica basata sulle esportazioni. Esportazioni che però venivano alimentate dal consumatore americano che appunto di austerity non sapeva nulla. Solo con il cambio le imprese europee hanno guadagnato quasi il 30% sul fatturato verso gli Stati Uniti negli ultimi tre anni.

La situazione si è fatta insostenibile per gli americani, perché il disavanzo commerciale ha deindustrializzato gli Stati Uniti che oggi cercano di recuperare buoni posti di lavoro nell’industria sostituendo quelli a bassissimo lavoro aggiunto che sono stati creati negli ultimi anni. Gli europei esportano, ma non consumano, sia in termini di consumi personali che di investimenti pubblici, e questa condizione è una fonte di squilibrio che gli americani fanno sempre più fatica ad accettare e a sostenere. L’elezione di Trump è, in un certo senso, anche un sintomo di questo disagio. Infatti, il Presidente a poche settimane dall’elezione annunciava l’intenzione di alzare i tassi all’importazione su alcuni settori.

Gli europei, con in testa la Germania, hanno gridato allo scandalo per le minacce al libero commercio; queste proteste sono oltre ogni evidenza interessate perché il modello europeo degli ultimi anni andrebbe in crisi e dovrebbe essere ripensato. L’industria tedesca ha potuto competere con una valuta debole senza pagare un euro per ridurre gli squilibri interni all’Europa e con l’esterno alzando i salari o spendendo in infrastrutture. Il modello tedesco-europeo degli ultimi anni si basa sul fatto che nessuno fuori dall’Europa segua i “consigli” tedeschi sull’austerity o decida di ammazzare i concorrenti, come fatto con l’Italia.

Oggi di dazi non si parla più, in compenso il dollaro si è svalutato. È possibile che la guerra “commerciale” degli Stati Uniti, prima di passare a dazi traumatici e politicamente impegnativi, passi da una svalutazione del dollaro che riporti un minimo di equilibrio. Se la svalutazione del dollaro non dovesse bastare ritornerebbero sul tavolo i dazi. Questa dinamica però non mette in crisi “solo” qualche impresta esportatrice, ma il modello economico europeo e tedesco in quanto tale.

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